Ernesto Paolozzi

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Innovare il Sud*

 La crisi di un modello di sviluppo tendente a privilegiare esclusivamente, e sottolinea elusivamente, le ragioni del mercato aveva riportato, prima dell'estate, all'attenzione di alcuni settori del mondo politico e della cultura la cosiddetta questione meridionale. Sia pure senza un ampio e condiviso dibattito ma, per così dire, a macchia di leopardo, si era ritornati a ritenere quantomeno importante, se non centrale, il problema del dualismo fra Nord e Sud. Poi il precipitare di quel modello ultraliberista in una crisi che sembra molto più radicale e travolgente di quanto si potesse immaginare e il ricomparire di una questione morale, a volte reale, a volte drogata dalla polemica politica,  hanno di nuovo fatto sparire il problema del Mezzogiorno dall'agenda politica italiana ed anche meridionale.
 E' un male. Come un male è la tentazione, ricorrente, di equiparare la questione meridionale alla questione morale, semplicemente perché si tratta, fortunatamente, di un'equiparazione del tutto falsa, anche se suadente e, soprattutto, semplice da narrare.
 E' un bene dunque che l'AISLO proponga un dibattito (venerdì alle 16.oo presso la libreria Treves) sul tema "Innovare il Mezzogiorno" che è anche il titolo di un bel libro scritto a più mani e curato da Vincenzo Esposito. Al centro della discussione questioni vecchie e nuove, come quelle che riguardano la qualità  della spesa del denaro pubblico, la tenuta della classe politica meridionale, i rapporti (o non rapporti) con il governo nazionale, le possibili linee di sviluppo futuro rispetto alla cosiddetta economia della conoscenza, all'innovazione tecnologica e all'eventuale centralità del Meridione in una politica mediterranea dell'Europa.
 A considerare le condizioni del debito pubblico italiano e la gravità della crisi finanziaria che sta investendo l'Europa, sembra del tutto improbabile che si possa e si riesca a concepire una nuova politica per il Mezzogiorno. Anzi, con il probabile avvento del federalismo fiscale, checché se ne dica, checché si immagini, è più facile profetizzare un ulteriore aggravamento delle condizioni delle nostre regioni.
 Se tra gli elementi di crisi profonda, come molti segnalano, vi è il cosiddetto capitale sociale, assieme alle condizioni generali delle classi dirigenti, e di quella politica in particolare, l'orizzonte si incupisce ancora di più, perché mancano del tutto segnali positivi. Si pensi, per fare solo qualche esempio, allo scontro, che non sembra trovare fine, fra i vertici dell'Unione industriali, all'incapacità di eleggere un presidente dell'Ordine dei medici, alla difficoltà di individuare un progetto di rinnovamento del ceto politico che non sia semplicemente una generica invocazione al nuovo per il nuovo.
 Eppure non bisogna mai disperare, perché, certe volte, è proprio dalla crisi, quando è seria e profonda, che può nascere quella spinta vitale che consente di ripartire e, talvolta, perfino migliorare.  In fondo, un'interpretazione possibile della grande svolta avvenuta in America, può essere proprio quella della constatazione di una crisi tanto radicata da reclamare una svolta a trecentosessanta gradi. In poche parole, non era del tutto scontato che il candidato di colore avrebbe vinto le elezioni in condizioni economiche normali. Ma Obama ha saputo cogliere l'occasione (la fortuna, direbbe Machiavelli) non solo per vincere ma anche per proporre una politica, se non nuova, certamente rinnovata rispetto al vecchio modello ultraliberista. Penso, per fare un solo esempio, all'opportunità di finanziare con denaro pubblico le grandi case automobilistiche ma a patto che innovino sul terreno delle energie pulite e del rispetto dell'ambiente. Una politica, potremmo dire, neokeynesiana nel metodo e nuova nei contenuti specifici e programmatici.
 E' quanto di potrebbe pensare per il nostro Mezzogiorno. Sarebbe anche facile ironizzare e dire che qui di Obama all'orizzonte non se ne vede nemmeno l'ombra. Ma, appunto, sarebbe una battuta scontata. Perché un gruppo dirigente che volesse innovare senza stravolgere, tutto sommato difendere se stesso e assieme il bene comune, potrebbe cominciare a ripensare un modello di sviluppo proprio a partire dalle nuove condizioni finanziarie ed economiche che da qui a pochi mesi si paleseranno in tutta la loro portata.
 Certo, come abbiamo detto, le condizioni generali non lasciano speranza. Però, diciamocelo, prima della grande, appassionata, partecipazione degli americani alle ultime elezioni, anche la democrazia, sua maestà la democrazia, sembrava, ed era, in una crisi apparentemente inesorabile in tutto il mondo occidentale.

da "la Repubblica-Napoli" del 19.12.08
http://ricerca.repubblica.it/repubblica?query=ernesto+paolozzi

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