Ernesto Paolozzi

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Dalla partitocrazia al populismo

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         Dalla partitocrazia al populismo*


 L'andamento di questa campagna elettorale, dalle provinciali di Napoli alle europee, con al centro le tristi vicende personali del Presidente del Consiglio, mette in discussione (diciamolo senza girarci troppo intorno) il principio stesso della democrazia. Non tanto o non soltanto perché la dialettica democratica sembra essere messa in discussione da una disparità di mezzi economici e propagandistici, ma dalla delegittimazione del corpo elettorale nel suo insieme, dalla tenuta morale del paese.
 Negli anni passati, agli inizi di questa crisi, avevamo riscoperto la lotta alla partitocrazia intesa come malattia della democrazia dei partiti ed era ritornato all'attenzione il sistema elettorale anglosassone, fondato su due schieramenti o, meglio ancora, partiti, che si alternano al potere garantendo ricambio di personale politico e trasparenza. Nel volume Il sogno di una Costituzione. Giuseppe Maranini e l'Italia del Novecento (che sarà presentato il 3 giugno alle 17.00 a Palazzo Cavalcanti  da Piero Craveri, Alessandro Campi, Tossamo Edoardo Frosoni, Ernesto Galli della Loggia)             Eugenio Capozzi, ricostruendo la vita politica di Maranini, ripropone con forza la questione, che ritorna non attuale ma addirittura attualissima nell'Italia dei nostri giorni.
 Ma, se ben riflettiamo, di un'attualità che potrebbe tramutarsi in totale inattualità. Com'è noto, a Giuseppe Maranini si deve il termine "partitocrazia", che divenne poi, negli anni Settanta, la bandiera politica dei radicali e di alcuni settori della cultura liberale. Il termine alludeva, come abbiamo detto, alla occupazione, da parte degli uomini di partito, di tutto l'apparato dello Stato fino alla RAI, al sistema sanitario, ad alcuni istituti bancari, a tutte quelle aziende che, allora, erano pubbliche. La questione non era soltanto di natura morale, ma investiva in sé e per sé la dialettica democratica, che veniva turbata da quei partiti che si giovavano del vasto potere che avevano accumulato per raccogliere consensi.
 Una lotta sacrosanta, dunque, quella contro la partitocrazia. E oggi? Quanto è mutata la situazione?
 E', per tanti aspetti, peggiorata. Anche se i partiti hanno meno da occupare perché non tutte le aziende e le banche sono statizzate, è mutata però la natura dei partiti. Mentre prima al loro interno si sviluppava una dialettica politica a volte vivace e, in qualche modo, democraticamente controllata, oggi i partiti personali, ridotti a grandi comitati elettorali, impongono le loro presenze senza nessun controllo. Fino ad avere concepito una legge elettorale nella quale perfino i deputati vengono nominati dai capi e non eletti dai cittadini.
 Non solo. Ma quasi per una beffa della storia, a questa situazione si è giunti anche perché l'antico e rigoroso concetto di Maranini, la lotta alla partitocrazia, si è tramutato in una populistica, qualunquistica e becera posizione antipolitica.
 Il primo insegnamento, che possiamo trarre dal libro di Capozzi, è che l'antipolitica, ossia la delegittimazione costante e assoluta della politica nel suo complesso, genera e crea la più terribile e pericolosa partitocrazia.
 L'altro elemento che la rilettura di Maranini ci ripropone, ossia l'esaltazione del modello maggioritario come superamento della degenerazione democratica, è oggi messo in discussione. Il bipolarismo italiano ha certamente garantito, fin'ora, l'alternanza al potere. Per ben due volte, molti lo dimenticano, il centrosinistra di Prodi ha battuto il centrodestra di Berlusconi, governando per sette anni il paese negli ultimi sedici. Questo è un dato positivo. Ma il bipolarismo italiano ci ha condotto anche sulla strada del populismo e, soprattutto, ha lacerato fino all'inverosimile non solo i rapporti politici, ma anche i rapporti umani nella società italiana. Un filosofo messinese ha parlato di "alternanza delle dittature". E molti, fra studiosi e uomini politici, paventano uno scontro antropologico e non politico fra due Italie, quasi fossero due diverse etnie.
 E' questo il grande tema che l'attualità politica e la cultura politica e costituzionale ci propongono pressantemente. Certo, contano molto le questioni personali e individuali, la fisionomia dei leader, lo stordimento mediatico in cui è precipitato il paese. Ma questa burrasca potrebbe all'improvviso cessare. Bisogna comprendere se, una volta passata, le barche saranno ancora legate agli ormeggi o se saranno irrimediabilmente danneggiate o affondate.
 A me sembra di poter ribadire, ancora, che, in politica come nella vita, non esistono formule perfette, ricette buone in ogni tempo e per tutti i luoghi. Ogni sistema politico, ogni Costituzione, vivono nella concretezza della storia e spetta alle classi dirigenti esercitare quel giudizio critico necessario a risolvere i problemi, a prospettare il futuro. Quella che forse Aristotele avrebbe chiamato phronesis.  Saremo all'altezza della situazione? Forse sì, perché gli italiani danno il meglio di sé nei momenti difficili.

* da "la Repubblica-Napoli" 2 giugno 2009-06-09


 

 

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