Ernesto Paolozzi

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democrazia e partecipazione


   Partecipare: regole per l'uso democratico*


 Anche nel Pdl di Berlusconi cresce l'insofferenza verso quella mancanza di partecipazione che rende la nostra democrazia sempre più debole e asfittica.
 Non solo a livello locale, come qui in Campania, ma anche per bocca di Gianfranco Fini,  si reclama una gestione non verticistica o oligarchica.
 Per quanto riguarda la sinistra, e il Partito democratico in particolare, non c'è giorno nel quale qualcuno non lamenti l'assenza di dibattito, di confronto, di reale partecipazione.
 Una crisi, dunque, generale della democrazia partecipativa italiana.
 Non solo l'Italia, in verità, appare affetta da questo morbo che sembra distruggere dal di dentro il sistema su cui si reggono i paesi più progrediti dell'Occidente.
 Gli stessi Stati Uniti d'America, fino all'avvento di Obama, sembravano affetti da questa stessa malattia forse ancor più gravemente di noi. L'ascesa del primo Presidente nero ha in parte modificato in positivo la situazione ma ancora non sappiamo se si tratta di un fenomeno duraturo o fondato su una volatile passione dell'opinione pubblica.
 Se è così, dobbiamo interrogarci con più attenzione su cosa intendiamo per democrazia e partecipazione.
 Nella nostra Italia vi è un solo partito che ancora riesce a far partecipare i suoi simpatizzanti al di là del momento elettorale. E' la Lega. Ma in cosa consiste la partecipazione dei leghisti? Da quel che è dato di capire, in due momenti essenziali. Da un lato essi partecipano quando vengono radunati in riunioni dal sapore mitologico,  tutte fondate su una volontà ferina di colpire, sia pure solo verbalmente, avversari e nemici. Quelle riunioni, insomma, nelle quali uomini maturi compaiono con barbe colorate di verde e con elmi con le corna e donne sguaiate urlano, inneggiano, imprecano. Uno spettacolo raccapricciante che nulla ha a che vedere con la democrazia partecipativa. Dall'altro la Lega svolge una funzione di patronato, ossia di difesa di interessi singoli o di piccoli gruppi legati alla gestione del territorio. Anche questo, che è un legittimo modo di partecipare, poco ha a che vedere con la democrazia nel senso ampio e forte della parola.
 Gli altri partiti chiamano i loro elettori a partecipare soltanto in alcuni momenti: il Pd con le primarie, il Pdl in qualche convention.
 Si dirà che stiamo rimpiangendo l'organizzazione dei partiti della cosiddetta prima Repubblica, con i loro riti e la loro capillare organizzazione territoriale. Non è propriamente così. Perché anche quella partecipazione, di cui il Pci fu l'esponente principale (ma tutti gli altri partiti erano organizzati in modo analogo), nulla aveva a che vedere con la richiesta odierna di partecipazione. Mi spiego. All'epoca delle sezioni e delle direzioni,  sostanzialmente i gruppi dirigenti dei partiti scendevano verso il basso e andavano a spiegare ai tanti partecipanti la linea del partito. Certo, non mancavano dibattiti, discussioni, litigi . Ma le decisioni erano già prese e nulla poteva modificarle. Era diffusa la battuta: "Il segretario elegge la direzione, la direzione elegge il comitato centrale, il comitato centrale elegge la base".
 Diciamo che si trattava di una forma di un pedagogismo democratico. Non sto emettendo un giudizio di valore negativo. Semplicemente constato che era così.
 La partecipazione che si invoca oggi  è quella che, in qualche modo, potremmo definire democraticistica o assembleare. Si vorrebbe che tutti partecipassero alla vita di un partito non obbedendo a delle linee guida ma contribuendo alla costruzione di questa linea stessa.
 A mio giudizio, mi dispiace dirlo, è un modo fallimentare di intendere la partecipazione. Andrebbe benissimo in una comunità ristretta, come la tanto invocata polis aristotelica. E' impossibile nella condizione dei nostri sistemi politici. Questa tipo di partecipazione si risolve generalmente in confusione, risentimento, frustrazione.
 Partecipare, partecipare, partecipare! Ma per fare che cosa?
 Dobbiamo dedurne allora che la democrazia è finita? Assolutamente no. Il problema è di radicarla attorno a grandi temi, a questioni che appassionano e che determinano concretamente la vita di milioni di persone.
 Timidamente ritorna alla ribalta, per fare un esempio, la questione femminile, in una fase in cui il ruolo della donna è mortificato, sul piano simbolico come su quello materiale. Occorre radicare la democrazia nella lotta per l'emancipazione di tutte le minoranze, che è stata la base della vittoria di Obama. Radicarla nella giusta rivendicazione dei diritti di libertà più elementari oggi messi in discussione. Radicare la democrazia, per quanto ci riguarda, nella difesa del Mezzogiorno d'Italia, da troppo tempo utilizzato solo come feticcio per la propaganda politica. Radicare la democrazia nella difesa della libertà e della qualità della rete.
 Partecipare, insomma, nel segno di orizzonti vecchi e nuovi e non per il gusto di partecipare, di dire la propria, quali che siano le conseguenze. Questa non è democrazia, è democraticismo. E le migliori democrazie sono morte di democraticismo.


^ da "la Repubblica - Napoli" del 20 settembre 2009-09-20

http://napoli.repubblica.it/prima

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