Ernesto Paolozzi

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Croce e il metodo liberale

Croce e il metodo liberale è il titolo del nuovo volume di E. Paolozzi che sarà edito a giorni dalla rivista "Libro aperto" *
Quella che pubblichiamo qui di seguito è l' Introduzione

1945. Con la rovinosa caduta del nazifascismo in tutto il mondo occidentale si riaccende la speranza nella vittoria della libertà. Il liberalismo e la democrazia riconquistano il primato. L'umanità ha pagato un prezzo altissimo. Forse il più alto che la storia conosca.
Mao Tze Dong, il leader indiscusso del comunismo cinese amava ripetere: "La rivoluzione non è un pranzo di gala". E' vero. Anche la lotta per la libertà non è una passeggiata in riva al mare e nemmeno un semplice voto in un Parlamento. Il liberalismo non è una voce fra le altre di un dizionario di filosofia politica. E' l'incessante lotta per la libertà, per la sua difesa, per il suo futuro.
L'Occidente dunque era libero ma il resto del mondo rimaneva prigioniero di un altro totalitarismo. Un totalitarismo dal volto generoso, che non predicava superiorità razziali ma prometteva giustizia ed eguaglianza. Ma, giorno dopo giorno, tradiva questi sacri ideali. Perché giustizia ed eguaglianza non possono vivere senza libertà. Il socialismo senza libertà si capovolge in una società chiusa ed oppressiva.
Da quel momento il mondo libero combatterà una lunga guerra, "fredda" o militare, con gli imperi sovietico e cinese, e si misurerà con il cosiddetto Terzo Mondo, con interi continenti stremati dalla povertà o oppressi da dittature neofasciste.
1989. Cade, rovina, Il simbolo stesso del comunismo reale: il Muro di Berlino. Una nuova vittoria della libertà e del liberalismo. Sembra quasi che la storia possa essere giunta al suo compimento positivo. Che nel mondo intero ci si possa dividere soltanto per piccole cose, per questioni di amministrazione politica. Che il mondo democratico possa distinguersi fra liberali di destra e di sinistra, conservatori e progressisti.
Ma, come abbiamo detto, la libertà non può acquietarsi. Non può riposarsi a contemplare se stessa.
2001. Crollano, nel cuore di New York, le Torri Gemelle. Colpite da kamikaze sedicenti musulmani. Questa immensa tragedia, forse più delle altre, entra nelle case di tutti i cittadini del mondo in un'interminabile diretta televisiva. L'Occidente è shockato. I due grandi totalitarismi, il fascismo e il comunismo sembrano consegnati alla storia in pochi minuti. Si materializza lo spettro di nuove guerre di religione. La storia non è affatto finita e si aprono anzi scenari nuovi, molti dei quali inquietanti.
La cosiddetta globalizzazione dei mercati è, per tanti aspetti, una vittoria del liberalismo. Sembra prosperare l'idea che la libera circolazione degli uomini, delle merci e del denaro coincida, finalmente, con una smisurata crescita del benessere, con l'accesso di folle di diseredati ai benefici tipici di una società capitalistica e democratica. Ed è in parte vero.
Ma non si afferma, nella stessa misura un governo politico e politicamente democratico della globalizzazione.
In Cina soprattutto, ma anche in Russia e in altri grandi paesi, si affermano nuovi sistemi politici per tanti aspetti inediti. Accanto ad un'impetuosa crescita del mercato, si creano regimi totalitari spesso feroci come quelli del Novecento. Nascono ovunque, o riaffiorano, nuove ingiustizie, nuove discriminazioni: religiose, di nazionalità, di genere, di ceto.
Lo stesso modello politico dell'Occidente e il suo stile di vita, vacillano. Vengono messi in discussione dal mondo musulmano e da sistemi dittatoriali malamente combinati con elementi di libero mercato.
Lo sviluppo stesso del sistema capitalistico sembra minacciato dal dramma ambientale. Dalla difficoltà di sostenere il progresso assieme alle ragioni della salvaguardia del pianeta. Il concetto stesso di sviluppo sostenibile sembra rappresentare un'interna dicotomia, quasi un'ammissione di impotenza.
Il mondo libero sembra dunque di nuovo accerchiato.
Ma anche al suo interno serpeggia una crisi che sembra corrodere le sue fondamenta come già accadde negli anni Settanta, allorché l'idea di democrazia fu messa in discussione dalla contestazione giovanile. Oggi la democrazia liberale vacilla sotto altri colpi. La nascita di movimenti politici nel segno della ingenerosità, del localismo e dell'egoismo. Un sentimento di rancore sembra percorrere l'intero corpo sociale, incattivendolo e lacerandolo.
La democrazia sembra ridursi ad una pura procedura istituzionale,o si restringe ad una richiesta demagogica di partecipazione popolare fine a se stessa,senza sostanza,priva di fini ed obiettivi. Una partecipazione puramente rivendicativa,ostile e rancorosa,estranea ai reali movimenti sociali,alle grandi battaglie di libertà.
La libertà si nutre invece sempre di generosità e il sistema democratico è il sistema dell'organizzazione della solidarietà fra gli individui e della difesa delle garanzie delle loro più profonde ed intime libertà.
In questo nuovo quadro, il liberalismo ha un futuro?
Certamente. Come non era vero che aveva trionfato per sempre nel 1989, così è falso che sia stato sconfitto nel 2001.
Gli scenari sommariamente descritti ci mostrano come il liberalismo non può essere costretto in un insieme di dottrine statiche, rinchiuso in formule sia pure convincenti e argute.
Il liberalismo va messo sempre in movimento. Va collocato nella storia, nella realtà. Aggiornato continuamente. In questo senso il liberalismo è sempre metodo liberale. Non è una tecnica o soltanto una tecnica. Non è metodo nel senso dell'ingegneria istituzionale. Non è nemmeno un fiducioso adagiarsi sugli sviluppi spontanei dell'economia. La libertà, infatti, non può trovare nessuna autorità esterna a se stessa, esterna agli individui che, concretamente, la realizzano nella storia. Il liberalismo è sempre un'interpretazione della realtà attraverso il principio della libertà. Ed è un'assunzione di responsabilità nei confronti della realtà stessa. Il principio della libertà guida l'azione del liberale nell'infinita fenomenologia delle scelte possibili. In questo senso è un'utopia concretamente operante che colloca la libertà dell'individuo, di un individuo in se stesso sociale e comunitario, all'inizio e alla fine del suo progetto.
Il liberalismo dunque va declinato nella vita morale e politica di una società investendo la dimensione culturale generale della vita. In questo senso è una concezione della vita.
Da qui il necessario ricorso ad altri autori da collocare accanto (non contro) ai classici del pensiero liberale. Autori quali Benedetto Croce, Ortega Y Gasset, Hannah Arendt, Edgar Morin e tanti altri che hanno ripensato l'idea di libertà nella contaminazione con la filosofia contemporanea, con la nuova epistemologia non positivistica. Nella concezione liberale entra con prepotenza la dimensione della storia, di quella empiria della storia che affonda le sue radici nella versione humeiana dell'empirismo, nel criticismo kantiano, nella concezione dialettica hegeliana.
Per ognuno di questi autori, e per le nuove correnti del liberalismo, nascono studi sempre più approfonditi e suggestivi. Con tutta evidenza il liberalismo ritrova in se stesso la forza intellettuale per ridisegnare i suoi confini, ripensare se stesso.
Sul piano politico nessuno può dire quale sarà l'avventura della libertà nei prossimi anni. Ciò che si può fare è impegnarsi con spregiudicatezza perché la libertà possa conquistare nuovi orizzonti e possa consolidarsi dove è già parzialmente realizzata.
La libertà, che vive sempre nelle battaglie per le concrete libertà che si conquistano o si perdono ogni giorno, sul terreno morale, sul terreno economico, sul terreno dei diritti, nel concreto impegno di ogni singola esistenza.
Posto di fronte al problema del cosiddetto relativismo nel dibattito e nella polemica sulla bioetica, mi trovai a rispondere che non esistono principii assoluti tranne il principio di libertà che, per suo natura, non ammette assoluti. Fra i tanti testi crociani che si potrebbero citare a conforto di questa tesi, vorrei ricordare uno scritto non specificamente collegato al tema del liberalismo. Croce propone, non senza ironia, la formula della saggezza. E scrive: "C'è la formula della saggezza e della sapienza? C'è, ed è questa:
riconoscere che senza il male la vita e il mondo non sarebbero, e
tutt'insieme combattere sempre, praticamente e irremissibilmente, il
male e cercare e attuare sempre indefessamente il bene: negare come
assurda la felicità e cercar sempre la felicità, negare come assurdo il trionfo definitivo della libertà sulla servitù, della figlia di lei giustizia sull'ingiustizia, del sapere sull'ignoranza, dell'intelligenza sulla stupidità, e praticamente volere e procurare in ogni istante quel trionfo,il trionfo di quell'istante." (Nuove pagine sparse,Volume I)

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