Ernesto Paolozzi

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Chargaff e Croce - Fra il DNA e lo Storicismo

Chargaff e Croce

Quando si discute sul terreno scientifico di DNA, il pensiero corre agli scienziati Watson e Crick, insigniti del premio Nobel. Ma anche altri, meno noti, avevano contribuito alla ricerca che ha rivoluzionato la nostra epoca e meriterebbero di essere ricordati anche al pubblico non specialista. Soprattutto Chargaff, per la complessità della sua opera, per la mitezza del carattere e per l'impegno morale sobrio ma intransigente che lo caratterizzarono.
Si deve ad Erwin Chargaff, scrive il biologo e filosofo Alberto Mei del Testa, "la scoperta dell'esatta composizione del DNA, della sua estrema eterogeneità nelle specie viventi e, al contrario, della costanza nell'ambito della stessa specie." Fondatore della biologia molecolare, lo scienziato austriaco, emigrato in America dopo l'avvento del nazismo, fu uomo schivo e originale, di fatto estraneo alla vita accademica e in sostanziale opposizione nei confronti del conformismo scientifico del tempo. Garzanti pubblicò negli anni Ottanta il volume Il fuoco di Eraclito, scritto ricco di riflessioni filosofiche, suggestioni letterarie, considerazioni etico-politiche.
Oggi la rivista "Complessità", diretta da Giuseppe Gembillo, ci consente di leggere il breve ma intenso carteggio, fra il grande scienziato e Mei del Testa, che raggruppa lettere dal 1986 all'anno della morte, il 2002. Sono molti e sempre precisi i riferimenti alla cultura italiana classica ed umanistica, da Machiavelli ad Italo Calvino. Costante è il riferimento al pensiero e all'opera di Benedetto Croce: già nella prima lettera Chargaff mostra di conoscere il pensiero di Croce attraverso la lettura dell'antologia ricciardiana, Filosofia, poesia, storia, e della Storia d'Europa. Qualche tempo dopo lo scienziato scrive: "conosco alcuni libri di Benedetto Croce, ma questo in particolare non lo posseggo (si riferisce a Teoria e storia della storiografia) e non vedo l'ora di leggerlo alla prima occasione".
Negli anni l'approfondimento del pensiero crociano si desume chiaramente dalle varie notazioni sparse nelle lettere di argomento scientifico. Il 3 dicembre 1986 scrive: "molte grazie per la sua lettera del 17 Novembre e per lo splendido regalo dei due libri di Croce. Non le avevo nella mia libreria e le ho guardati con molto interesse, in maniera particolare il volume La Poesia. E' sorprendente che un filosofo rigoroso come Croce possa mostrare una tale finezza nel comprendere cosa veramente sia una poesia. Lei aveva ragione nel dirigere il mio interesse nel capitolo nel quale egli spiega perché le poesie non sono traducibili. Alcuni anni fa ho scritto un saggio proprio su questo tema, ma quando lo volli includere nel mio ultimo volume Zeugenschaft, l'editore si agitò al punto che decisi di togliere questo capitolo". Ma è particolarmente significativo ciò che scrive nel 1993: "Io ho già letto gli estratti che mi ha amichevolmente inviati e li ho trovati molto interessanti. Benedetto Croce è stato uno delle più grandi e rari menti che il mondo abbia mai visto. Se egli fosse vissuto alla fine del Seicento sarebbe stato un altro Leibeniz"
Chargaff alterna, nelle sue lettere, l'inglese e l'italiano mentre annuncia che pubblicherà quasi tutti i nuovi saggi in tedesco. La passione per la nostra cultura è immutata. Quasi centenario scrive al collega bolognese in un italiano approssimativo ma chiaro: "Sono divenuto un vecchione che scrive poco e dorme molto. Fortunatamente posso ancora leggere. Lei mi domanda che potrebbe fare per me? Mi ricordo che Lei aveva la bontà di me regalare il primo volume dei ROMANZI E RACCONTI del Calvino (Mandadori) uno dei miei scrittori prediletti. Se questa edizione fu continuata, sarei gratissimo degli altri volumi".
Ortega Y Gasset, negli anni Trenta, parlava dello specialismo come della barbarie del nostro tempo. Naturalmente il filosofo spagnolo era ottimista. La barbarie si ripropose con ben altri argomenti. Ma ciò non significa che la necessità, come ci insegna Chargaff, di riaprire le porte stagne delle discipline culturali sia un dovere precipuo dell'intellettuale contemporaneo ed uno dei modi migliori per difendere la libertà e la dignità dell'uomo.
Ernesto Paolozzi

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