Ernesto Paolozzi

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Benedetto Croce e il diritto

Conforme all'intera impostazione del suo pensiero, come si è cercato di mostrare, anche il concetto del diritto si può considerare un concetto astratto e, in virtù di tale astrazione, pratico. Ma al termine astratto non deve conferirsi un'accezione negativa anche se non vi è dubbio che al buon senso possa sembrare assurda l'idea che il diritto sia un'astrazione. Agli uomini dotati di spiccato senso morale infatti dover ritenere astratto il diritto, così come lo Stato una pura costruzione artificiale, può sembrare una grave diminuzione della funzione della Legge e quasi un peccato contro la moralità.

Eppure questa più che comprensibile preoccupazione deve essere mitigata col ricordare la distinzione, per altro non nuova nella lunga storia della filosofia del diritto, fra eticità e legalità, fra coscienza morale e codificazione storica di un insieme di norme che tendono a regolare la vita degli individui in società sul fondamento di valori condivisi.

Forse più che non i tanti scritti puramente teoretici, può valere, sul terreno psicologico, un appassionato brano crociano sull'episodio evangelico dell'adultera nel quale, in sostanza, si mette a confronto l'interiore e profonda legge morale con l'astrattezza della legge scritta e con la meschinità che, spesso, si cela dietro quanti fanno appello all'apparente purezza del diritto, della consuetudine, della tradizione. Nel saggio, Un episodio dei Vangeli, Gesù e l'adultera, Croce scrive:

Ecco, scrive gli scribi e i farisei che se ne stanno attaccati alla legge con un attaccamento rabbioso che dà il legame alla loro fazione o partito, e se ne vengono ora sicuri e gioiosi di aver colto in trappola Gesù e il suo insegnamento, costringendolo con le domande che gli muovono o a disconoscere apertamente l'autorità della legge o a recedere, impacciato e intimidito, dalle cose che soleva insegnare.[...] Gesù, continua Croce, ha ravvisato la meschina intenzione di quegli uomini, che pensano a ottenere un trionfo dottrinale sopra di lui, dal cui sentimento e dal cui pensiero sono affatto lungi, ignari dei problemi che lo travagliano, della luce di verità e di bene che in lui è accesa; e, per ottenere quel trionfo, portano innanzi, quasi insensibile strumento materiale ad uso dimostrativo, una creatura loro simile, un essere di carne e di nervi, reso sacro dall'attesa del supplizio e della morte; e sono pronti a fare sopra di lei esercizio e sfoggio di distinzioni e di sillogismi e di autorità dottorale, come se giocassero a carte, indifferenti al suo strazio, che essi non risentono e che in ogni caso per loro non merita considerazione di fronte all'interesse di partito, alle dispute loro di scuola.

Croce dunque parteggia per la concretezza dell'etica cristiana in opposizione all'astrazione della legge strumentalizzata da falsi moralisti. Non fu più tenero, nell'Adelchi, Alessandro Manzoni allorché individuò nella forza del potere la legittimazione del diritto: "Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi diritto...".

Ma la netta e drammatica separazione che si può creare fra il diritto e la realtà morale è forse colta da Hannah Arendt nella lucida e spietata analisi dell'operato di Adolf Eichmann, la banalità del male.

Anche sul fronte opposto degli iper-realisti, dei fautori della forza come elemento essenziale della costituzione delle leggi, l'idea che il diritto sia un'astrazione appare talvolta un'assurdità. Si domandano come possa essere considerata astratta una forza coercitiva tanto possente da influire così potentemente, nel bene come nel male, sui destini complessivi dell'umanità e di ciascun individuo sul piano personale.

Anche in questo caso è possibile superare questa legittima perplessità considerando che in questo contesto l'astrazione del diritto e delle leggi è tale se considerata da un punto di vista squisitamente filosofico in quanto l'idea di diritto, come si è accennato ,non è un concetto della stessa natura di quello della eticità ma (e qui ci avviciniamo alla definizione più esatta) è un prodotto dell'utilità, di quanto l'uomo produce di utile ,e per questo prezioso e indispensabile, per la sua vita associata. Così il diritto è indispensabile alla vita delle società e delle comunità, ma non per questo riesce deterministicamente ad interpretare o a realizzare la moralità, come purtroppo spesso si crede con gravi conseguenze e con profonda ingiustizia.

Che il diritto non si identifichi con la moralità è empiricamente e storicamente constatabile. Gli Stati totalitari si amministrano attraverso rigorose norme, generalmente rispettatissime per l'evidente paura che le pene incutono nei sudditi, più di quanto non accada nelle libere democrazie. Ma in quante opere letterarie, in quanti film, in quante rappresentazioni teatrali, si narrano situazioni in cui l'affermazione del diritto, della legalità tribunalizia, contrasta fortemente con il comune senso della morale e della giustizia!

Quello stesso senso comune che si ritraeva quasi inorridito o, quantomeno, infastidito all'idea che il sacro diritto potesse essere ritenuto astratto, si ribella poi, quotidianamente, contro le infinite ingiustizie che l'applicazione rigorosa del diritto troppo spesso, purtroppo, porta con sé. Quante volte gli stessi giudici, quasi sconsolati, affermano di sentirsi costretti ad applicare le leggi anche in situazioni in cui esse sembrano palesemente ingiuste. Affermazione che, da sola, redime ogni troppo sottile disquisizione.

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