Ernesto Paolozzi

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La famiglia e i giovani

Nuove generazioni indolenti insolenti e acritiche la responsabilità della famiglia*

A distanza di pochi giorni, sia la stampa nazionale che quella internazionale, si è occupata di varie indagini di tipo statistico-sociologico sulla condizione dei giovani. Analisi, in verità, impietose e, per tanti aspetti, inquietanti. Da una parte si sostiene, in buona sostanza, che la nuova generazione è formata, essenzialmente, da soggetti insolenti e indolenti.Nelle altre, con maggiore fair play, ci si limita a descrivere un mondo di giovani privi di spirito critico, di quella capacità contestativa tipica di ogni nuova generazione. Molti commentatori si dicono francamente e decisamente preoccupati di questa assoluta novità storica, di figli che, anziché criticare e cercare di superare i genitori, si limitano ad imitarli pedissequamente e pigramente.

Anche se siamo fra quelli che credono poco nelle indagini di questi tipo, dobbiamo dire che questa volta, sia nell'uno che nell'altro caso, sembra che si sia colto nel segno. E' ciò che sperimentiamo tutti i giorni nei luoghi di lavoro, nelle nostre stesse famiglie. Per certi aspetti, ne siamo contenti (forse non dell'insolenza ma certamente della pigrizia mentale) perché, come genitori e come "responsabili" della società, ci sentiamo, ormai da un ventennio, rassicurati. La pigrizia dei giovani coccola la nostra pigrizia; la loro mancanza di spirito critico ci lascia dormire sonni più tranquilli. Ma sarà poi così vero questo stato psicologico?

Ci sentiamo davvero felici di avere a che fare con degli automi, che studicchiano l'indispensabile, giochicchiano in qualche sport, ascoltano cattiva musica e ci chiedono, tutto sommato con misura, di poter vivere in un quieto stato di semilusso consumistico? No. I giovani sono entrati nella storia con prepotenza qualche decennio fa, come le masse, per dirla con Ortega Y Gasset, duecento anni fa. Da sempre le nuove generazioni hanno provocato rivolgimenti, a volte positivi, a volte negativi. Erodoto afferma che i giovani ateniesi vollero la guerra perché si annoiavano. Ma solo da pochi anni i giovani avevano assunto un ruolo, che peraltro conservano, di agenti fondamentali per alcuni settori del mercato. Vi sono interi settori dell'industria mondiale che vivono essenzialmente, se non esclusivamente, sul consumo giovanile.

Dagli anni Sessanta, la miscela di impegno politico e protagonismo economico aveva lanciato i giovani come elemento di propulsione, anche qui nel bene come nel male, dell'intera società. Il giovanilismo, in verità costantemente presente in tutti i regimi totalitari e in quello fascista per eccellenza, si era colorito di progressismo e democraticismo. Il congelarsi improvviso di questo fenomeno non può che provocare smarrimento e, sui tempi lunghi, modificazioni dell'assetto sociale anche sconvolgenti.

Oggi si diventa uomini e donne ben oltre la soglia dei trent'anni. Si arriva all'impegno politico raramente e con poco entusiasmo. Certamente, alcuni giovani s'impegnano nel volontariato ma, sinceramente, non enfatizzerei troppo questo fenomeno, per quantità e qualità.

Ci sarebbe da chiedersi perché tutto questo.Ma è risposta difficilissima e comunque impossibile da tentare in una breve nota. Una volta mi trovai a dire, tra lo scetticismo, se non l'irrisione generale, che gli ultimi giovani della storia eravamo stati noi della generazione del Sessantotto. Noi, che continuiamo, pur fra gli acciacchi, ad essere essenzialmente, e spesso ridicolmente, giovani. Forse è questo uno dei motivi di fondo: i nostri figli aspettano che, finalmente, diventino vecchi i loro genitori. Ma noi, da bravi ragazzi quali siamo, li coccoliamo, con tanta tenerezza, e li assilliamo con tante cure, da amico più grande che non da genitore, fino a vedere, con tristezza e amarezza, le loro personalità dileguarsi e stingersi fra la noia e l'astenia. Perché troppo coccolato, qualcuno, che ha un'antica reminiscenza di ribellismo giovanile, non trova di meglio che diventare insolente.

Ernesto Paolozzi

Dal "Corriere economia" del 27 novembre 2000

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