Ernesto Paolozzi

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Una scuola demagogica

I danni dell'egualitarismo culturale*

La scuola italiana è vittima della demagogia, in gran parte figlia della pedagogia di sinistra, sin dagli anni Sessanta. L'uguaglianza dei diritti, divenuta costantemente egualitarismo culturale, e poi sciatteria amministrativa, ha prodotto guasti forse irreparabili ma di cui si ha timore a parlare, per la scabrosità degli argomenti. La completa indistinzione negli anni passati, ad esempio, fra scuola formativa e scuola professionale; la legislazione sui portatori di handicap, o diversamente abili, che ha portato scarso aiuto ai ragazzi in difficoltà ma in compenso ha quasi completamente distrutto le scuole elementari e medie. Infatti, una società veramente civile, veramente democratica, veramente di sinistra, avrebbe dovuto compiere uno sforzo immenso per tutelare gli svantaggiati dalla diversità, mentre invece ha demagogicamente esorcizzato il problema, scaricando, in maniera inefficace e ingiusta, l'intero peso della questione sulla scuola. Molti non sanno, probabilmente, che il cosiddetto sostegno ai diversamente abili generalmente vale solo per un massimo di diciotto ore settimanali rispetto alle trenta complessive che i ragazzi passano a scuola. Pochi conoscono il disagio vero e profondo che questa condizioni provoca in moltissime scuole portandole quasi al blocco.

Nelle scuole superiori non si è ancora smaltita quella che fu definita la sbornia sociologica degli anni Sessanta, per cui l'istruzione superiore si fonda oggi su un inestricabile guazzabuglio di residui nozionistici, tecnicismi all'americana, pietismi catto-comunisti, complicazioni burocratiche. Solo la buona volontà di molti docenti ha evitato il crollo definitivo della scuola.

Con l'ultima riforma universitaria si è completata la licealizzazione di questa istituzione. La cosiddetta laurea breve, o diploma triennale, probabilmente stravolgerà la funzione dell'Università, trasformandola da luogo di ricerca e studio critico in una sorta di limbo culturale favorendo la permanenza di studenti ormai adulti in uno stadio intellettivo adolescenziale.

Ma questi sono solo alcuni degli esempi, fra i tantissimi altri che si potrebbero fare.

Accanto al demagogismo di sinistra è venuto crescendo, in questi anni, il demagogismo federalista e autonomista, che sta dando il colpo di grazia definitivo a questa vecchia, nobile, istituzione. Dovessero veramente attuarsi le ultime direttive dei governi e dovesse farsi carne il fantasma del federalismo scolastico sul modello Nord-Est, la scuola cadrà in una forma di anarchismo della banalità e del più tragico dilettantismo. Il folklore più vieto e sciocco del Veneto e della Calabria, della Campania e del Piemonte si sostituirà, per fare un solo esempio, alla storia europea ed italiana. Se ciò non accadrà è solo perché l'inerzia burocratica delle nostre strutture amministrative lo impedirà, come una sorta di Provvidenza, non so quanto laica o religiosa.

Il nuovo governo sembrava esser partito col piede giusto: smesse le diatribe ideologiche fra scuola pubblica e scuola privata, accantonate le fregole federaliste, sembrava voler gestire al meglio l'ordinaria amministrazione. Così molti, almeno, avevano sperato, in un paese vittima, fondamentalmente, della smania riformatrice, di destra o di sinistra che sia. Sembrava, e ci auguriamo ancora che sia, che il buon senso stesse diventando la stella polare della signora Moratti. Il che significa affrontare con calma, a ragion veduta, ed anche in tempi non brevi, le questioni sopra elencate, cercando di ricollocare al centro dell'attenzione le vere questioni di fondo: l'insegnamento delle materie fondamentali, di cui ogni giovane ha bisogno; la garanzia di un minimo di ordine pubblico nelle nostre scuole (si dimentica che la violenza è tragicamente entrata come protagonista nel sistema educativo di tutta Europa); il miglioramento delle condizioni psicologiche, prima ancora che economiche, degli insegnanti. Il provvedimenti adottati per garantire un inizio quasi normale dell'anno scolastico andavano proprio in questo senso. Perché, ora, all'improvviso, per risparmiare un po' di soldi il governo mette in discussione il rapporto fiduciario di base che deve esistere fra insegnanti e classe politica, fra docenti e società civile? Chiedere ai professori un aumento dell'orario lavorativo, in controtendenza, peraltro, con l'organizzazione del lavoro, e chiedere loro di svolgere una funzione umiliante e, certe volte, pericolosa, come quella di sostituire i colleghi di discipline diverse, è, francamente un passo falso. Solleticherà tutti quei commentatori che ritengono i docenti degli sfaticati. Ma finirà col penalizzare quei molti professori che lavorano duro.

Se la Moratti entrasse in una classe e facesse due ore di supplenza comprenderebbe quanto è demagogico affermare, come sempre si fa, che i professori devono lavorare lo stesso numero di ore di altri impiegati dello Stato. Nelle scuole si ha a che fare con esseri viventi, in formazione, alcuni timidi, alcuni francamente e decisamente violenti, pericolosi perfino per i compagni, altri buoni e altri cattivi, come nel vecchio, saggio, libro Cuore. Non si mettono dati nei computer, non si controllano carte d'identità, non si riceve il pubblico, non si risponde al telefono, non si chiacchiera con il collega, né si coltivano pere o melanzane. E' un altro tipo di lavoro.

Ma siamo fiduciosi che la signora Moratti, girando per le scuole italiane (ma dovrebbe farlo travestita da supplente) si renderà conto di quanto andiamo dicendo.

Ernesto Paolozzi

Da "Corriere economia" del 22 ottobre 2001

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