Ernesto Paolozzi

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Modernità di Malagodi

Giavanni Malagodi vecchio attualissimo liberale*

Sono passati dieci anni dalla morte di Giovanni Malagodi eppure, per certi aspetti, sembra passato un secolo. La rivista di studi politici ed economici "Libro Aperto", fondata da Malagodi stesso ed oggi diretta da Antonio Patuelli, ha opportunamente voluto ricordare il grande liberale con saggi di assoluta rilevanza di Enzo Bettiza, Giuseppe Bozzi, Pier Ugo Montorzi, Franco Chiarenza, ed altri.

"L'attualità vincente", recita il titolo scelto dalla rivista per connotare l'eredità malagodiana. E così sembra contraddittorio che da un lato l'era malagodiana appaia lontanissima da noi, come si diceva all'inizio, mentre le sue tesi politiche e le sue analisi economiche sono quelle oggi all'ordine del giorno dell'agenda politica europea.

Nel 1980, quando l'Italia appena appena cominciava ad uscire dal tunnel degli anni di piombo, la cultura dominante era ancora quella di una sinistra anticapitalista, antiamericana, antieuropea, terzomondista e barricadera, anche se soltanto in funzione, ormai, di chiacchiere da salotto, Giovanni Malagodi dichiarava in Senato:" Esiste la dichiarazione delle Nazioni Unite; esiste la Carta del Consiglio d'Europa; sono documenti molto importanti ma sono in parte invecchiati, in parte insufficienti, particolarmente nei diritti sociali che oggi sentiamo, di più di più, come complemento indispensabile dei diritti umani che ormai si chiamano classici. Ebbene, a nostro avviso, la comunità europea deve darsi una carta e renderla azionabile non solo per gli Stati, ma per i cittadini europei. Bisogna che l'Europeo si senta cittadini della Comunità, non soltanto a titolo economico ma anche a titolo morale e politico.

Sono passati ventuno anni, gli anni della durata del fascismo, e i leader politici più accorti ed intelligenti cercano appunto con fatica di trasformare l'Europa della moneta unica in un'Europa sociale e politica.

Malagodi, e dopo di lui Valerio Zanone e tutti i pochi liberali militanti legati a Croce ed Einaudi e al partito liberale storico, per anni furono considerati un residuato della storia, qualche volta irrisi, qualche volta commiserati, più raramente stimati, della stima che si tributa alle persone serie e rigorose ma fuori del tempo. Eppure oggi i temi malagodiani, dalla difesa del mercato alle privatizzazioni, dalla preoccupazione per la tutela della privacy all'europeismo, sono diventati senso comune se non, addirittura, pregiudizi politici ai quali, come si è visto, lo stesso Malagodi, già negli anni Ottanta, non voleva più soggiacere. Il senatore liberale, infatti, ha conosciuto almeno due stagioni politiche: quella della strenua lotta al demagogismo, populismo e statalismo negli anni Sessanta e quella, negli anni successivi, in cui riprendeva i temi del liberalismo democratico, considerando fondamentale la difesa dei diritti umani e sociali. Il liberismo, amava ripetere, non può travolgere l'uomo e una società ha sempre bisogno di potenti reti di sicurezza sociale.

Ai molti fanatici liberisti di oggi consiglierei un'attenta lettura di quello splendido libro dall'intrigante titolo Lettere senesi a un cittadino d'Europa. Ciò che distingue dunque il liberale per antonomasia Giovanni Malagodi dagli attuali liberali è proprio questa distanza dagli ideologismi, ovvero dai troppo accentuati pragmatismi. Ritornava, nel vecchio Malagodi quella capacità, vorrei dire quella volontà, di tenere insieme il realismo politico e l'idealismo morale in quella inscindibile dialettica che costituisce il valore fondamentale di ciò che Croce denominava l'etico-politico. Malagodi, inoltre, rappresentò uno stile: fermo, rigoroso, qualche volta cocciuto, spesso originale, se non paradossale, ma mai barocco. Mai volgare. Ed è questo, per ritornare al nostro iniziale quesito, che fa sembrare l'attualissimo Malagodi un uomo politico del passato remoto. Forse dovremmo tutti sforzarci di riportare all'attualità, ossia al nostro profondo vissuto, ciò che i tedeschi chiamano erlebnis, proprio lo stile, che fu poi anche sostanza, del banchiere, del segretario politico, del Presidente del Senato, del presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi.

Un noto giornalista televisivo ha profetizzato che la nostra epoca verrà forse definita dai posteri l'epoca della volgarità. Valerio Zanone, prendendo commiato dalla segreteria del suo partito negli anni Ottanta, forse presago dell'imminente destino del paese, invitò con scarso successo gli amici liberali a non involgarirsi. Ripensando al parco e sobrio produttore di vino e di olio toscani, divenuto erede del contenuto liberalismo enaudiano, Giovanni Malagodi, ci siamo convinti che quella che potrebbe apparire nostalgia dovrebbe diventare il nostro futuro punto di riferimento, perché la politica si sostanzia sempre e comunque di comportamenti reali.

Ernesto Paolozzi

Da "Corriere economia" del 17 settembre 2001
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