Ernesto Paolozzi

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La classe dirigente

Chi seleziona la classe dirigente*

Il dibattito sull'associazionismo innescato dalla proposta di costituire una associazione culturale e politica di ispirazione bassoliniana non accenna ad affievolirsi, sul nostro come su altri quotidiani. Vuol dire che si è toccato un nervo scoperto, per cui è forse giusto che ognuno dica la sua evitando, possibilmente, ogni dietrologia.

Il nervo scoperto mi sembra quello della formazione della classe politica e, aggiungerei, della classe dirigente della nostra regione. Problema, in verità, nazionale ed extranazionale, perché non sfugge a nessuno che in questi ultimi anni sembra mancare una vera e propria elite in senso ampio degna del nome, non solo in politica ma anche nel mondo dell'economia (vedi le ripetute proteste di Montezemolo), o nel mondo della cultura, dove sembravo scarseggiare poeti, registi, romanzieri, filosofi.

Già Guido Dorso, negli ultimi anni della sua vita, sosteneva che la formazione della classe dirigente è la cosa più misteriosa della storia, per cui certo non saremo noi a proporre una soluzione, per così dire, cartesiana, chiara e distinta. Possiamo però porre un problema, circoscritto ed essenziale. Qual è il modo attraverso il quale si seleziona, oggi, la classe politica in un momento di grave crisi dei partiti, come sottolineava il Consigliere Valente dei ds, e se la nascita di associazioni è in grado di ovviare a questo problema.

Purtroppo oggi, per la concomitanza della crisi della lotta politica, culturale e ideale all'interno dei partiti e l'avvento del sistema uninominale maggioritario, la scelta dei candidati avviene in maniera del tutto arbitraria e personalista e non temo di dire che dieci, quindici dirigenti nazionali determinano le elezioni della stragrande maggioranza dei parlamentari. Il che, allo stato attuale, lungi dal creare una elite di spiccate qualità, ha prodotto, perché non dirlo, uno dei livelli più bassi di qualità politica conosciuti nella storia della nostra repubblica. Non solo. Ciò alla lunga produce una disaffezione crescente, non solo fra i cosiddetti cittadini comuni ma, anzi, soprattutto fra coloro i quali sentivano e sentono la politica come un ineliminabile dovere della propria vita. Tutto ciò concorre a far diventare sempre più anemica la nostra democrazia.

Se così stanno, come stanno, le cose, è utilissimo che si formino associazioni per stimolare la politica. Ma se si pensasse soltanto associazioni di carattere tecnico, esse basterebbero solo, forse, a fornire qualche aiuto nell'ambito della pura amministrazione, ma non certo della politica intesa, gramscianamente, come passione e indirizzo della vita di milioni e milioni di uomini e donne. Le associazioni che dobbiamo immaginare debbono pertanto avere, a mio avviso, il carattere forte dell'associazionismo politico che un tempo trovava solo nei partiti e nel sindacato il naturale sbocco.

Nessuna associazione italiana, ad esempio, si è mossa in questi giorni in aiuto degli studenti che si battono contro il terribile regime iraniano. Errore grave, perché non ci si può limitare al girotondismo, che può avere una sua efficacia ma, se chiuso nella sua esclusività, assume i connotati della rancorosità, mentre la politica è innanzitutto generosità. Che ben vengano, dunque, le associazioni, ma che siano di stimolo ai partiti ma anche, qualche volta, di franca e di chiara opposizione. Perché, in fondo, se i vecchi partiti stanno morendo, ne devono nascere di nuovi, che si chiamino associazioni o movimenti o altro, poco importa. Che reclamino però il loro spazio politico, la loro presenza nelle istituzioni e, insomma, che non siano dei servitori senza livrea.

Ernesto Paolozzi

Da "La Repubblica" 25 giugno 2003

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