Ernesto Paolozzi

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La via maestra delle primarie

 Attorno al nascente Partito democratico si intrecciano due tipi di discussione, uno riguarda i rincipii ispiratori e programmatici, l'altro le modalità della partecipazione alla formazione del nuovo partito, formazione che si vuole, naturalmente, la più ampia, libra e democratica.
 Fortunatamente, sia nel primo che nel secndo caso, si mettono in campo molte posizioni: un tesoretto da sfruttare bene nel nostro sistema politico in crisi di idee e di progetti.
 Sarebbe invece un errore, un segno di ulteriore decadimento del dibattito privilegiare esclusivamente il secondo aspetto, quello della formazione del partito, riducendolo ad astratte discussioni sulla forma partecipativa ed organizzativa o, peggio, personalizzando la questione atraverso polemiche personali o di corrente.
 Lo sforzo che dobbiamo invece compiere è quello di tenere insieme i due livelli, che significa  interrogarsi e dibattere sullo spessore progettuale e sulla qualità delle candidature.
 Ora, a meno di non volere eliminare il principio stesso della democrazia, ossia il voto popolare, nel nostro caso di chi vorrà aderire al Partito democratico, non vedo, allo steto attuale, altro sistema che quello della primare, nelle quali potranno confrontarsi liberamente posizioni e uomini e donne legati a precise linee politiche all'interno, natualmente, del più vasto orizzonte del partito. Non mi nascondo che ciò comporta delle difficoltà, fra le quali una che, di tanto in tanto, osservatori esterni e anche molti simpatizzanti sottolinenano: la possibilità che i candidati più visibili (Veltroni) o quelli con iù forte radicamento territoriale a livello regionale, siano imbattibili, siano oggettivamente privilegiati rispetto agli altri, soprattutto rispetto a chi proviene dalla cosiddetta società civile. D'altro canto, appena si dovesse smettere questo metodo per tornare al modo di fare in uso da parte dei partiti storici, quegli stessi che contestano le primarie e la forma presidenzialista, probabilmente si preoccuparebbero di denunciare il ritorno di vecchie alchimie, di consorterie, di elezioni che si svolgono all'ombra degli apparati interni dei partiti.
 Sembra non eervi una via di uscita. E vorrei sommessamente aggiungere che questo problema non è un problema del nascente, nuovo, partito, ma della democrazia liberale nel suo complesso. Il problema di tenere assieme il principio della "volontà generale", osia del voto popolare e quello del rispetto delle minoranze; la difesa della qualità dalla prepotenza della quantità. D'altro canto, chi può sapere e stabilire  priori dive sia la qualità? Come edificare un tribunale dell'intellgenza e dell'onestà? Sembra quasi di dover quadrare il cerchio. Eppure è necessario trovare una via di uscita. Per certi aspetti può funzionare parzialmente il sistema della cooptazione come salvaguardia delle minoranze e dei singoli. Un classe dirigente generosa e intelligente può tentare di assicurare un equilibrato ricambio attraverso questa via. Ma è anche vero che la cooptazione può capovolgere la situazione perpetrando  semplicemente, per così dire, la specie, come molto spesso accade, è amaro dirlo, nelle istituzioni burocratiche e nelle Università. 
 E' evidente, a questo puno che, sia pue con equilibrio, la strada delle primarie rimane l'unica percorribile. Ciò che si può chiedere, in una democrazia che voglia essere forte e coerente, è essenzialmente l'ampia pubblicità delle sue procedure.Per questo motivo è stato proposo, ed io mi auguro che ciò venga accolto, di promuovere un ampio confronto pubblico, alla presenza di cittadini, associazioni, stampa e televisioni, dei candidati, nazionali e, soprattutto,  locali. Soprattutto locali perché quelli nazionali, per ovvi motivi, sono più esposti e sottoposti al giudizio dell'opinione pubblica.
 Per questo motivo abbiamo tutti salutato con grande favore le candidature alternative a Veltroni, soprattutto quelle che non appaiono come pure espressioni di neopopulismo demogogico. Sarà necessario inoltre, naturalmente, assicurare agli sconfitti tutte le forme possibili di agibilità politica e democratica all'interno del nuovo gruppo dirigente del partito, quelle garanzie di libertà e partecipazione indispensabili per un corretto funzionamento del processo democratico.
 La stessa cooptazione di chi interpreta espressioni sociali e culturali impossibilitate a organizzarsi sul terreno strettamente elettorale, dovrà essere garantita in forme che si possono individuare e prefigurare. Sarà il compito, mi auguro, della Costituente e dei Comitati promotori. Compito non facile ma indispensabile.
 Ecco perché mi sento di invitare i candidati ad esprimesi pubblicamente su tutta la vasta gamma delle questioni, da quelle teoriche a quelle strettamente organizzative. Evitando censure preventive e condanne storiche o ideologiche le quali, come si è visto nel caso della cosiddetta prima Repubblica, non hanno giovato al futuro del paese né alla creazione di una classe dirigene migliore.
 Quello che si chiede, in poche parole, è uno sforzo di generosità, perché solo sulla generosità si costruisce il futuro anche se, naturalmente, generosità non significa acquiescenza o rinuncia allo scontro e alla lotta politica.

* da "la Repubblica-Napoli" del 28 luglio 2007

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