Ernesto Paolozzi

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Democrazia e giustizia

  
     La democrazia può vivere senza simboli, retorica, cerimoniale, spettacolarizzazione, cura dell'immagine? Non sono interrogativi banali o scontati. Se ne stanno accorgendo tutti quelli che,  con  senso della responsabilità, cercano di fondare un autentico partito democratico nella decadente democrazia italiana. Bisogna votare per un candidato rappresentativo della base o per un candidato che, in televisione, riesca a battere il candidato dello schieramento avversario?
 Certo. Si potrebbero trovare l'uomo o la donna capaci di interpretare entrambi i ruoli. Ma come è difficile!
 Il problema, che ho semplificato all'estremo, è veramente centrale. E riguarda la democrazia in tutte le sue articolazioni, compresa quella, centrale, dell'amministrazione della giustizia. Tema, quest'ultimo, affrontato con grande vigore da Antoine Garapon in un libro di qualche anno fa, ora opportunamente tradotto da Daniela Bifulco col titolo Del giudicare. Il volume verrà presentato a Napoli il 4 ottobre presso il Nuovo Palazzo di Giustizia dall'associazione "Tertium datur" con gli autorevoli interventi di Orazio Abbamonte, Roberto Zaccaria, Raffaele Sabato e dello stesso autore.
 Il magistrato francese compie un'opera storiografica e giuridica di largo spessore scientifico, gran parte della quale è centrata sulle differenze, formali e, vorremmo dire cerimoniali, fra diversi sistemi giudiziari. Ma, sostanzialmente, pone la questione fondamentale dell'espressività simbolica che la giustizia deve avere o non avere in una società democratica.
 Dal punto di vista degli iperdemocratici, la nostra società dovrebbe essere quanto meno possibile sacrale, retorica o come altro si voglia dire. Si racconta che nel Sessantotto un alunno, ad un esame universitario, cominciò a dare del "Tu" al professore. Questi rispondeva dandogli del "Lei". Ad un certo punto l'alunno chiese: -Perché continua a darmi il "Lei" se io ti do del "Tu"?- Con semplicità il docente rispose: -L'importante è che fra me e lei ci sia una differenza-.
 Chi non ricorda il travaglio vissuto dalla Chiesa, divisa tra sacerdoti legati alle antiche liturgie e sacerdoti pronti a mescolarsi con i fedeli, adottando stili, linguaggi, abiti, per così dire, comuni?
 Chi ha visitato il nuovo Tribunale di Napoli e lo paragona al vecchio Castel Capuano ha la sensazione di aver attraversato due mondi completamente differenti: come passare dal Monastero di Santa Chiara alla chiesa in cemento armato costruita al Centro Direzionale o dalla Biblioteca Nazionale ad un ufficio postale di periferia. La giustizia ne perde o ne guadagna?
 Pongo interrogativi perché è veramente difficile dare risposta a domande come queste. Ma Garapon sembra proporre una strada certamente percorribile. Se la liturgia della giustizia, per così dire, la retorica che, necessariamente, si accompagna ad un processo diventano il simbolo esteriore di un potere autoreferenziale oppure di un braccio armato di un potere oligarchico o aristocratico, è allora necessario demistificarle e rendere, per così dire, trasparente l'inganno. Ma se l'esercizio della giustizia si fonda sull'idea che l'individuo, l'imputato, è sempre sacro e inviolabile come ogni persona, allora la sacralità simbolica della giustizia diventa per lui garanzia di civiltà.
 E' qui che si gioca il destino della giustizia e della democrazia. Giustizia e democrazia che hanno bisogno di una loro particolare, indispensabile, rappresentazione.
 Accanto alla forza rappresentativa bisogna collocare sempre il gusto per la libertà: colgo perciò l'occasione per consigliare a magistrati ed avvocati di guardarsi, di tanto in tanto, e ai docenti di proiettare nelle scuole, il film La parola ai giurati di Sidney Lumet, nel quale un grande Henry Fonda riesce a capovolgere un verdetto praticamente già emesso da una superficiale e frettolosa giuria popolare.


*da "la Repubblica Napoli" del 4 ottobre 2007

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