Ernesto Paolozzi

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Liberalismo e complessità


Il liberalismo e il pensiero della complessità
          Il liberalismo ha, sin dal suo sorgere come movimento politico, fondato le sue dottrine specifiche in campo giuridico ed economico sul terreno dell'empirismo filosofico o sul razionalismo  di tipo cartesiano. Questa gloriosa tradizione ha per alcuni aspetti esaurito la sua spinta propulsiva e si è fortificata ma anche consumata nell'urto con le altre dottrine politiche e filosofiche. Nell'ultimo secolo,soprattutto,è apparso un nuovo liberalismo fondato su "altre" filosofie di stampo critico dialettico o storicista. Un filone ancora minoritario ma decisivo per rinnovare il vecchio glorioso liberalismo. Nel nostro secolo si apre un nuovo orizzonte strettamente collegato al nuovo liberalismo critico nell'ambito della nuova riflessione epistemologica. Da qui dobbiamo partire per ricostruire un orizzonte teorico da affiancare alla lotta che si conduce nella prassi per l'affermazione della libertà.
 In che senso si può parlare di rapporto fra filosofia della scienza e teoria del liberalismo? In questo senso: dello stabilire il rapporto fra un concezione della vita come quella liberale, che pone al suo centro la creatività, l'originalità e l'imprevedibilità dei comportamenti individuali come della storia, ed un pensiero che tende a stabilire quali siano le leggi della natura o anche della storia stessa.
  Tenendo presente questo punto di vista, tanto semplice quanto impegnativo, non è difficile stabilire che fra liberalismo (in tutte le sue forme) e pensiero scientifico classico (galileiano e newtoniano), se non c'è incompatibilità, quanto meno si instaura una difficile, difficilissima, convivenza.
 E' necessario sgomberare  il terreno da un equivoco. Spesso, infatti, nella storia il progresso delle scienze e del pensiero scientifico si è accompagnata al progresso sociale ed anche alla crescita della libertà. Molti, moltissimi scienziati di tutte le epoche si sono sentiti liberali nel senso più ampio e complesso del termine. Ciò è accaduto per molti motivi che sono, però, diversi, estrinseci rispetto alla questione teorica di fondo.  Fra questi motivi, fondamentale a mio avviso la lotta che sempre gli scienziati hanno dovuto combattere contro le autorità e le istituzioni che, per ragioni che qui non è utile ricordare, si opponevano alla ricerca scientifica. Senza voler fare dell'anticlericalismo a buon mercato, non si può non ricordare che la Chiesa cattolica, dai tempi di Galileo ad oggi, è tendenzialmente ostile alle novità introdotte dalla ricerca scientifica. Ma è questione che riguarda tutte le religioni, quella musulmana non meno di quella ebraica e, come si vede oggi negli Stati Uniti d'America, anche del cristianesimo protestante o riformato. Non solo, ma le stesse istituzioni politiche tendono per loro natura ad ostacolare la ricerca scientifica, oppure a promuoverla secondo fini specifici di potere, in qualche modo strumentalizzandola, orientandola, ingabbiandola.
 In queste condizioni, che sempre si riproporranno, a mio avviso, nella storia, il ruolo dello scienziato, dello scienziato autentico dico, è sempre rivoluzionario, progressista, non sovvertitore ma costruttore di novità e, in questo senso, intrinsecamente liberale. Ruolo, peraltro, che generalmente svolgono anche i filosofi, gli artisti e gli uomini di cultura  posto, naturalmente, che siano autentici, non asserviti a questo o a quel potere.
 Questa lunga, tenace, drammatica battaglia che gli scienziati, assieme ai filosofi, hanno sempre combattuto e sempre dovranno combattere, fa sì che a prima vista essi appaiano, e sono, liberali, per cui può sembrare paradossale opporre un certo criterio del pensiero scientifico al liberalismo.
 Ma non è così sul piano strettamente teoretico. E' infatti decisivo, al fine di comprendere il nostro discorso, identificare i diversi criteri, i diversi paradigmi, che si trovano a fondamento del pensiero scientifico e delle cosiddette scoperte scientifiche. Un conto è battersi per la libertà della ricerca scientifica un altro cercare di comprendere quale sia il metodo scelto dalle scienze e se è compatibile con l'etica liberale.
 Come si è detto all'inizio, infatti, se si adotta come paradigma generale o come criterio fondamentale, un'idea della scienza indissolubilmente legata alle cosiddette leggi di natura, è evidente che questo paradigma, anche se sostenuto dal più liberale ed aperto  scienziato, non può che non costituire, oggettivamente, un vincolo ad ogni atteggiamento liberale. Si genera una mentalità diffusa, pervasiva, che di fatto tende a privilegiare l'oggettivo, il meccanico, il determinato, l'immutabile (l'eterno valore delle leggi scientifiche), che trasforma il pensiero critico-scientifico in un pensiero metafisico e totalitario, dogmatico. Il contrario, insomma, di quella che sembrerebbe dover essere la mentalità scientifica.
 Ci accorgiamo tutti di ciò quotidianamente, e non è un caso, infatti, che storici, filosofi, politologi e anche molti scienziati, configurano la nostra società come una società dominata dalla tecnocrazia o dal pensiero unico scientificizzante. Una società oppressa da un nuovo Dio pagano che legittima la sua autorità sulle fondamenta di una presunta, oggettiva, verità scientifica.
 Il  tema della nostra riflessione può apparire inconsueto. Fino a che punto è possibile, infatti, che la filosofia della scienza, apparentemente così chiusa nella ristretta cerchia di problemi specialistici, abbia un'influenza nell'orizzonte delle scelte politiche e sullo stesso destino della libertà dei popoli?
 La nostra tesi parte da una riflessione che bisogna fare sul concetto di verità.  Siamo convinti che esista una verità assolutamente ed incontestabilmente vera, per così dire, una verità nel nome della quale diviene lecito essere pronti a combattere chiunque osi contraddirla? O si pensa ad un concetto di verità che contempli il confronto, il dibattito, che accolga il diversamente opinante, nella convinzione che essa contenga innumerevoli aspetti, che consenta molteplici punti di vista?
 Posta così la questione, ossia collocata fra i due limiti del fondamentalismo da un lato e del liberalismo dall'altro, forse si comincia ad intravedere il percorso che seguiremo nel nostro ragionamento. Perché è intuibile che totalitarismo e fondamentalismo (religioso,filosofico,epistemologico) si coniugano in una simbiosi quasi naturale, così come il liberalismo, senza dover necessariamente cadere nel relativismo che è sempre anche relativismo etico, si coniuga con concezioni più aperte e dialogiche della verità.
 Il concetto di verità, dal canto suo, si ancora al concetto che abbiamo della realtà. Nel Medio Evo, ad esempio, potremmo dire semplificando enormemente ma rendendo l'idea di ciò che intendiamo, gli uomini di cultura cercavano nel mondo le tracce del disegno di Dio. Così l'arte non ritraeva prospetticamente la realtà, ma secondo una gerarchia che rappresentava più grandi non i personaggi più vicini al punto di osservazione, ma quelli più importanti: i Santi, ad esempio. Se anche dunque la realtà si evolveva, nella mente di Dio tutto il cammino della sua evoluzione era chiaro e spiegato. Il concetto di realtà e quello di verità potevano così coincidere e lo scienziato doveva riuscire a scoprire la verità nascosta sotto il velo delle cose.
 In una visione più terrena, la realtà si concepisce come un qualcosa in divenire, in un divenire i cui esiti sono a tutti sconosciuti e imperscrutabili. Meglio ancora, non ci sono, né ai nostri occhi, né davanti a quelli di Dio. Dunque, non c'è una realtà compiuta come non c'è una verità da compiere.
 Sul piano della filosofia della scienza vorremmo dimostrare come  una concezione riduzionista della scienza, che consideri la verità scientifica un adeguamento ad una realtà data, statica, interpretabile dunque in maniera univoca, non lasci spazio al dibattito, al confronto, allo sviluppo e, dunque, apra la strada, sul piano politico, al totalitarismo. Se, invece, con le più moderne teorie scientifiche che sono frutto della riflessione non di soli filosofi ma di scienziati, consideriamo la realtà come un qualcosa che diviene e che non è dunque leggibile una volta e per tutte, la concepiamo come un qualcosa di complesso che si presta a più di un'interpretazione, alla riflessione di diversi punti di vista, allora riteniamo possibile anche il diverso, il dissenziente,  e accogliamo il dialogo, il confronto, la libertà.
 La teoria, ad esempio, secondo la quale l'universo è in espansione, negando una volta e per tutte la possibilità di approdare ad una interpretazione definitiva ed oggettivamente valida di esso, giacché non è concepibile una tale interpretazione di ciò che definitivo non è, accoglie un concetto della verità mai assoluto ed offre alla libertà di pensiero, e dunque alla libertà politica, un fondamento teoretico di assoluta rilevanza.
 Da tale prospettiva, discende una serie non secondaria di conseguenze che proviamo qui di seguito ad elencare e che coinvolgono tutte, in maniera più o meno pregnante, la responsabilità che l'uomo assume nei confronti di tutta la realtà, quella naturale come quella storica, per usare una antica distinzione oggi tanto obsoleta quanto ancora fortemente sentita .
 Innanzitutto: se la realtà non è qualcosa di dato una volta e per sempre, allora  essa ha una sua evoluzione, evoluzione nella quale l'essere umano è parte in causa, della quale egli è, appunto, responsabile insieme ai suoi simili. Devastare l'ambiente o salvarlo è una scelta  alla quale egli non può sottrarsi.
 Ma gli approdi delle moderne teorie scientifiche a partire dai primi anni del Novecento, affidano all'uomo una responsabilità ancora maggiore. Una volta infatti negato il concetto di causa-effetto, giacché una determinata azione non produce più un solo effetto ma cambia, in una sorta di reazione a catena, tutta la realtà in maniera non predeterminabile, si comprende come tutti noi siamo chiamati ad avere consapevolezza di ogni nostro atto e a valutarlo in un orizzonte di responsabilità che diventa così enormemente ampio.
 Ancora. Se la Verità non esiste, se perfino la realtà non è più un dato assoluto, e  esistono le verità, i diversi punti di vista, le diverse considerazioni, le diverse interpretazioni e, dunque, le diverse scelte possibili, come tende sempre più a verificarsi, ad esempio, nella medicina moderna, nella quale le cure possibili si moltiplicano, allora tutti noi siamo chiamati ad assumerci la responsabilità delle nostre interpretazioni oltre che delle scelte che, di conseguenza,  operiamo.
 Il liberalismo che le moderne teorie della complessità fondano può dialogare, con il liberalismo di matrice storicista, nel quale il concetto di libertà è strettamente connesso a quello di responsabilità, e la libertà stessa è considerata come ciò che cammina con le gambe degli uomini, di ogni singolo individuo, che sia un eroe, un genio o una persona qualunque, e si afferma soltanto attraverso il loro impegno, la loro sensibilità,  e mai in maniera definitiva o assoluta.
 Scrive infatti Giuseppe Gembillo (1) "Il liberalismo rappresenta, allora, la cornice, se vogliamo, crocianamente, metapolitica, entro cui l'azione libera può attuarsi. Ma esso rappresenta, anche e soprattutto, un nuovo atteggiamento che si concretizza in un nuovo metodo. E' un metodo scientifico che però suggerisce nuove forme di dialogica e di aperture. Nuove aperture, contemporaneamente, verso la Natura e le sue leggi, e verso le relazioni intersoggettive."
 Giuseppe Gembillo ricorre dunque ai più moderni esiti della ricerca epistemologica e cita il Prigogine del volume La fine delle certezze (2), in cui lo scienziato afferma che in questa nuova prospettiva è tempo "di presentare una nuova formulazione della fisica: una formulazione capace di familiarizzare il lettore con una descrizione della natura nella quale trovino posto non solo le leggi, ma anche la novità e la creatività"
 A mio modo di vedere, insomma, il liberalismo, che ho cercato di definire come metodologico (3) deve fondarsi filosoficamente   sulla nuova epistemologia. Su quella che, dall'epiriocriticismo di Mach  a Prigogine, dall'indeterminismo di Heisenberg a Maturana e Varela, e, sul terreno della cosiddette scienze umane, alla sociologia di Morin che spezza il nesso classico fra sociologia ed empirismo deterministico, si ricongiunge, nel Novecento, con la storicità intesa in senso crociano (4), naturalmente, e non nel senso classico delle ottocentesche filosofie della storia.
 Se al suo sorgere come dottrina politica nel Seicento, ebbe l'empirismo di Locke e il razionalismo come punti di riferimento essenziali e rivoluzionari rispetto alla filosofia medievale, oggi il liberalismo deve potersi emancipare e percorrere nuove strade, semmai ritrovando il legame con il passato nell'umanesimo italiano, in quelle grandiose filosofie che posero la creatività dell'uomo al centro dell'attenzione.
 D'altro canto, il liberalismo non coincide propriamente con la filosofia della libertà.  La libertà, infatti, è una condizione operante, che sorge con il sorgere dell'umanità stessa, mentre il liberalismo ha una data di nascita e, quindi può avere, così come si è costituito, anche una data di morte.
 Ed è infatti contro il liberalismo come insieme di dottrine storicamente determinate che si esercita la critica più serrata, e da più parti si avverte l'esigenza di un superamento di quel sistema dottrinario. E nascono i tanti aggettivi che ad esso si affiancano: liberalismo democratico, liberalismo sociale, liberalismo morale e così via. E' per questo motivo, per proporre una versione nuova del liberalismo, che non neghi ingenerosamente il suo glorioso passato ma che, proprio in omaggio ad esso, si provi a riconquistare il terreno talvolta perduto, è necessario ripensarne coraggiosamente i contorni e le fondamenta.
 In conclusione, vorremmo cercare di dimostrare, sia pure brevemente, come una diversa concezione, rispetto al senso comune, sia del liberalismo che delle scienze in senso metodologico e storicista (lo storicismo liberale peraltro, come ha affermato Valerio Zanone, è l'unico antidoto non totalitario al relativismo), comporti una critica per taluni aspetti radicale del potere e come finisca con l'assumere una nuova dimensione l'affermazione classica per cui il liberalismo è la concezione che pensa il potere come limite al potere stesso. Affermazione che consente di ritenere il liberalismo una dottrina assieme rivoluzionaria e costruttiva, per cui l'azione limitante del potere con il potere non può che avvenire nella storia, nel tempo, nella storicità, in un incessante rapporto dialettico fra poteri vecchi e nuovi che si combattono, si abbattono e si ricostruiscono.
 Allora, se, come abbiamo detto, liberalismo e scienza moderna non si pensano più come un insieme statico di dottrine politiche da un lato e teorie scientifiche dall'altro, ma come metodi di interpretazione della vita e come potenze del fare che, con il loro fare, modificano incessantemente la "realtà", è più facile comprendere perché il liberalismo può porsi come rigorosa critica del potere in tutte le sue forme, ivi compreso quella che assume sul terreno del sapere o, come si preferisce dire, dei saperi. Se la scienza non è più considerata come quel qualcosa che, razionalmente o magicamente, scopre , toglie il velo ad una realtà oggettiva, metafisicamente esistente ad di là di ogni soggettiva interpretazione, se non la si concepisce più così, sarà facile comprendere come la stessa ricerca scientifica, anche quella che si presenta con il sereno, se non freddo, volto della pura ricerca, è in realtà sempre contaminata con la politica, con l'etica, con le religioni, col potere nel senso più ampio della parola.
 In questo senso veramente il liberalismo torna ad essere il metodo del pensiero critico, di un pensiero critico che non si esercita solo attraverso la pura razionalità (come pensavano rivoluzionariamente molti liberali delle origini) ma attraverso il più complesso giudizio politico che è sempre, inevitabilmente, un giudizio storico: un rendersi conto della situazione e della condizione, cercando di eliminare i pre-giudizi a favore dei giudizi e, con ciò, preparando e rischiarando  l'azione. Se per il liberale classico l'Illuminismo, il rischiaramento, erano elemento fondamentale perché attraverso la ragione si comprendesse la realtà e in base a questa comprensione si fondasse un'etica degna di quella ragione e dell'essenza umana, oggi, grazie all'epistemologia contemporanea e alla filosofia contemporanea, comprendiamo che la nuova ragione non può limitarsi ad essere soltanto quella delle scienze classiche, della razionalità matematica. Deve fondarsi infatti sulla ragione della storia, sul giudizio che, comprendendo, modifica la storia, che non rinnega quella ragione illuminista ma la conferma modificandola col modificarsi dei bisogni, delle esigenze, delle nuove sensibilità. Il nuovo liberalismo ha necessità di comprendere nel senso etimologico del termine, ossia di afferrare questa nuova realtà che non sarà l'ultima perché, come si è detto, la realtà, in fondo, non esiste in quanto realtà statica e oggettiva ma solo come realtà diveniente e creatrice.
 Se i liberali vorranno proporre un nuovo modello di società senza ricorrere a troppi altri aggettivi ed annullarsi, di fatto, in essi, dovranno perseguire questa nuova strada.

Ernesto Paolozzi
 
 

1) Ernesto Paolozzi, Giuseppe Giordano, Giuseppe Gembillo, Liberalismo scienza complessità, Armando Siciliano editore, Messina, 2004.

2) Edito in Italia da Bollati Boringhieri nel 1997.

3) Il liberalismo come metodo, Fondazione "L.Einaudi", Roma, 1995. Si confronti anche Il Partito democratico e l'orizzonte della complessità, Guida, Napoli, 2007.

4) Consiglio, ancora di Gembillo, Benedetto Croce filosofo della complessità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006.

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