Adriano Giannola, Sud d’Italia. Una risorsa per la ripresa, Salerno editrice, Roma, 2015, p108, euro 8,90

Giannola

 Nel suo ultimo libro, Sud Italia. Una risorsa per la ripresa, Adriano Giannola prova a rilanciare la questione dello sviluppo del Mezzogiorno superando le stucchevoli polemiche di questi ultimi anni, prosperate fra improbabili nostalgie neoborboniche e volgari e opportunistici leghismi nordisti. I tempi cominciano ad essere maturi per ricominciare, finalmente, a discutere seriamente di una questione scioccamente accantonata negli ultimi anni di sbornia populistica. Sono stati commessi molti, troppi errori.

Il primo, potremmo dire, è stato quello di cercare, come ha scritto Adriano Giannola, soluzioni per parti. L’idea cioè che si potesse intervenire per arrestare il declino italiano intervenendo parzialmente sul terreno dello sviluppo di alcune regioni italiane. I fatti hanno mostrato come fosse una pura illusione pensare che il Nord potesse svilupparsi senza il Sud. Questa illusione si fondava su un altro errore, quello di pensare che l’economia sviluppata del Nord potesse continuare a progredire soltanto per sua interna forza soprattutto sul terreno delle esportazioni, che è come dire abbandonando il mercato interno. Questo progetto si è dissolto con la formazione della moneta unica europea, l’Euro. Non potendo più agire sulla svalutazione della Lira, le nostre esportazioni hanno raggiunto il limite massimo consentito in questa nuova condizione. E il Nord, pur continuando ad esportare, non ha potuto crescere ulteriormente e, in alcune congiunture come quella dell’attuale crisi, addirittura ha subito un regresso.

Secondo grave errore è stato quello di concepire una forma di federalismo che si è tramutata, in realtà, in un regionalismo pasticciato e confuso. Ci riferiamo alla cosiddetta riforma del Titolo V. Il decentramento regionalistico si è dimostrato in questi anni un fattore di grave crisi per il paese, che è regredito verso forme di parcellizzazione feudale. Non solo non ha creato nuovo sviluppo per le regioni, ma ha indebolito l’intero assetto giuridico istituzionale del paese, ha profondamente aggravato la crisi già forte della burocrazia, ha scoraggiato gli investimenti. Si è rivelato essere un fattore di spreco esorbitante, al quale solo da poco tempo si cerca di porre rimedio. Per quanto riguarda il Sud, il regionalismo non solo non ha creato nuove classi dirigenti, non solo non ha creato nuovi elementi di sviluppo economico, ma si è rilevato essere, come non era difficile prevedere, un elemento di ulteriore decadenza.

Il terzo grave errore è stato quello di pensare che il Sud potesse salvarsi soltanto attraverso l’utilizzo dei fondi strutturali aggiuntivi. I fondi europei. Il meccanismo burocratico con il quale questo tipo di intervento è stato pensato si è rilevato un meccanismo infernale. Innanzitutto questi fondi non sono stati di fatto aggiuntivi (come è nello spirito dell’intervento) ma spesso si sono rivelati sostitutivi dell’ordinario. Le regioni meridionali, inoltre, non sono state in grado, per preparazione tecnica e per volontà politica, di utilizzarli, se non in minima parte e spesso male.

Naturalmente costruire una nuova questione meridionale è oggi molto più difficile di un tempo. L’intervento dello Stato, del pubblico, ha mostrato limiti sul terreno del clientelismo politico, dello sperpero di risorse pubbliche e, se ci si può esprimere così, nell’aver impigrito la spontanea inventività dell’imprenditoria privata.  Ma, soprattutto, sono venute a mancare quelle risorse che garantivano, pur fra i limiti segnalati, l’intervento pubblico a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione.

Senza cedere, dunque, alle lusinghe di un liberismo estremizzato secondo il quale lasciando a se stesse le popolazioni meridionali esse troverebbero da sole la via per uscire dall’arretratezza, è necessario individuare nuove strategie di intervento, molto selettive ed economicamente sostenibili.

 Investire nella logistica in un ampio orizzonte economico ed eticopolitico. Consentire al Meridione di accogliere le energie provenienti dai mercati orientali, dalla Cina all’India, che potrebbero trovare nei porti, nelle infrastrutture e nei sistemi integrati di connessione del Sud d’Italia, una formidabile base nel mediterraneo.

Investire nelle energie rinnovabili, come dire in un settore che garantirebbe investimenti duraturi, risparmi collettivi di lunga durata, miglioramento della qualità della vita.

Investire nel cosiddetto capitale umano, ossia nel sistema dell’istruzione e della formazione, investimento di lungo termine ma necessario per assicurare uno sviluppo costante e sicuro, al riparo, per quello che è possibile, dalle crisi congiunturali.

Rivedere le modalità di utilizzo dei fondi strutturali, rinegoziando le regole attuali con l’Unione europea.

 Durante gli anni della seconda Repubblica la questione meridionale è stata non solo accantonata, ma è diventata uno dei bersagli polemici preferiti di alcune forze politiche e, soprattutto, di una certa pubblicistica che rappresentava l’intera questione meridionale come una questione di sprechi e male affare. L’equiparazione della questione meridionale con la questione morale.

Per questione meridionale si possono intendere due questioni: una riguardante l’intera storia, culturale, sociale, civile della penisola, e l’altra relativa al periodo che va dall’unificazione italiana ai giorni nostri.

Nel primo caso si tratta, essenzialmente, di un problema di carattere letterario o storiografico. Ossia porsi la questione dell’unità culturale del paese e delle differenza fra il Sud e il Nord sul terreno dei modi di vita, dei costumi, degli atteggiamenti.

Ma quello che veramente interessa sul piano storico e politico è il secondo modo di intendere la questione meridionale. Quello squisitamente economico e sociale che la nuova classe dirigente si pose per superare il divario esistente fra le diverse regioni che componevano la nuova Italia. Il compimento della grande stagione risorgimentale. D’altro canto in questi stessi anni accanto alla questione meridionale, per tanti aspetti, è nata quella che potremmo definire una questione settentrionale. Ossia la pressante richiesta da parte delle regioni del Nord e soprattutto della Lombardia e del Veneto di liberarsi del Sud d’Italia, o anche da “Roma ladrona”, considerate come un insopportabile zavorra per il progredito e sviluppato Nord. Oggi di fronte a l’insorgere di una questione europea, ossia della difficoltà di trovare un ruolo e una funzione per l’Italia nel più generale contesto europea si comincia faticosamente a rendersi conto che soltanto a partire dallo sviluppo dell’intero paese è possibile immaginare uno sviluppo dell’Italia all’interno dell’Europa. E allo stesso modo con il quale bisogna convincersi che l’Italia non si salva se non si salva il Sud d’Italia, bisognerà convincere l’Europa che l’Europa stessa non si salva se non si salva l’Italia.

Si tratta, a mio modo di vedere, di provare a ricostruire una dimensione geopolitica che recuperi, innovandolo, lo spirito dei fondatori della nostra Europa. Comprendere che accanto ad una direttrice, Ovest-Est, si deve delineare una direttrice Nord-Sud, intendendo, naturalmente, il Sud d’Europa come una risorsa economica e culturale ed anche come una base per aprirsi non solo al Mediterraneo ma, attraverso il mare nostrum con i grandi mercati dell’Est, della Cina e dell’India. No sfuggirà l’importanza che in questa nuova visione avrebbero il Mezzogiorno e l’Italia.

Ernesto Paolozzi

Dalla Rivista di Studi “Libro Aperto”, Numero 81, aprile – giugno  2015