BENEDETTO CROCE: UNA FILOSOFIA DELLA LIBERAZIONE

La parola liberazione ci rimanda, generalmente, a questioni eticopolitiche o a condizioni psicologiche. La lotta di liberazione di un popolo da una dittatura o dall’oppressione straniera; la liberazione da complessi o tic della nostra coscienza individuale. Ma in senso ampio, in senso potremmo dire, squisitamente filosofico, liberazione può assumere il significato di liberazione dai condizionamenti pur riconoscendo la necessità del rapporto dialettico fra libertà e necessità, liberazione dal determinismo e, dunque, riconoscimento delle distinzioni, delle autonomie.

Liberarsi dal meccanicismo dei processi naturali, dallo stesso principio conservativo della specie, la difesa della vita per accompagnarlo con il principio morale di responsabilità, come meglio non si potrebbe dire se non con le parole di un uomo del Medioevo, Dante Alighieri: «Libertà va cercando che è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. »

In tale prospettiva la filosofia di Benedetto Croce si può interpretare come una filosofia della libertà intesa come liberazione. Della libertà in senso profondo, dinamico, non retorico. La libertà liberatrice, come icasticamente si esprimeva Adolfo Omodeo, che valica i confini della politica in senso stretto per tradursi in principio universale come affermazione della vita individuale, della distinzione e dell’autonomia all’interno dell’unitario percorso della storia.

In conclusione del suo libro fondamentale e, per tanti aspetti, meno frequentato dalla critica, la Logica come scienza del concetto puro, nel riassumere i principii fondamentali del suo pensiero, il filosofo mette in rilievo il concetto di autonomia a partire dalla distinzione compiuta fra scienze empiriche e matematiche e filosofia. La sua logica, scrive, «fonda l’a u t o n o m i a della filosofia e assieme la  r e l a t i v a   a u t o n o m i a delle scienze empiriche e matematiche costruite con pseudoconcetti[1] Dove pseudoconcetti si riferisce alla distinzione da quelli che Croce ha definito concetti puri appunto per distinguerli dai concetti empirici o da quelli matematici. L’infelice scelta del termine pseudo, sia detto di sfuggita, ha contribuito malauguratamente, ad ingenerare polemiche e malintesi di cui solo da poco tempo ci si sta faticosamente liberando.

Subito dopo nel passaggio fondamentale nel quale determina il suo percorso filosofico, l’autonomia risalta come principio irrinunciabile e autonomia, in questo contesto, significa riconoscimento delle libertà delle funzioni essenziali, per così dire, della vita, che si liberano reciprocamente pur nella necessaria unitarietà della vita, della storia. Scrive Croce chiarendo il suo pensiero:

La Logica nella dottrina dell’organismo del concetto puro accetta la concezione  d i a l e t t i c a   o dell’unità degli opposti, ma nega che essa sia primaria rispetto alle distinzioni del concetto, l’unità del quale si organizza come  u n i t à  o  c i r c o l o   d i   d i s t i n z i o n i  nella teoria dei   g r a d i  della realtà. Per tal modo viene rispettata l’autonomia delle forme della realtà e dello spirito, e restaurata la teoria della natura p r a t i c a   o   p a s s i o n a l e dell’errore [2].

Il concetto chiave, dunque, è quello dell’autonomia-distinzione. Ciò che significa conferire libertà, potremmo dire, liberare dal condizionamento meccanicistico ma non separare radicalmente che sarebbe un’operazione di pura astrazione, anche essa deterministica. Significa mettere in campo un’idea dinamica della vita e, dunque, del processo storico nel quale la creatività consiste appunto nel continuo superamento della passività. In questo luogo si esercita la libertà, la responsabilità la quale si esercita solo in condizioni di libertà. Negli anni successivi approfondirà ancora queste determinazioni. L’errore, ad esempio, non sarà considerato come generato dall’intrusione pratica nelle sfera teoretica. Errore è anche, in questa nuova visione, l’intrusione di origine intellettualistica o estetistica nella vita pratica. Croce, in tal modo prova ad eliminare ogni residuo dualismo, a ricomporre il circolo. A rimarcare compiutamente l’unità e la distinzione nella loro reciproca, necessaria autonomia.

Già nell’ Estetica, la prima grande opera filosofica del filosofo, precedente la Logica, nel sancire l’autonomia dell’arte come forma della conoscenza distinta dal pensiero, dal giudizio, Croce mette in risalto la funzione liberatrice dell’arte. In poche righe si concentrano concetti profondi e acuti. Scrive:

  Elaborando le impressioni, l’uomo si libera da esse. Oggettivandole, le distacca da sé, e si fa loro superiore. La funzione liberatrice (corsivo nostro) e purificatrice dell’arte è un altro aspetto e un’altra formola del suo carattere di attività. L’attività è liberatrice (corsivo nostro) appunto perché scaccia la passività [3].

L’eco aristotelica è evidente, ma la funzione purificatrice, catartica dell’arte assume, come forse già nel grande filosofo greco, la funzione di liberatrice dalla passività, dalla meccanicità deterministica non per i suoi «contenuti»(un dramma o una poesia che incitano alla libertà) ma per la sua stessa natura di attività dello spirito come si sarebbe detto un tempo. Una argomentazione filosofica di assoluto rilievo che connoterà l’intero itinerario crociano nel disegnare una filosofia della liberazione.

Questa breve ma necessaria premessa teoretica ci consente di mettere in risalto alcuni aspetti del pensiero crociano che assumono una valenza rilevantissima nel contesto di un pensiero filosofico che fonda se stesso sul rapporto inscindibile fra teoria e prassi, per cui anche i cosiddetti problemi particolari assumono, di fatto, un significato che trascende la dimensione, per così dire, tecnica che sembrano avere ad una prima lettura.

Prendiamo, ad esempio, la vecchia questione dei generi letterari che tante polemiche suscitò nell’ambito della critica letteraria e che ancora oggi, di tanto in tanto, ricompare sia pure sotto mentite spoglie. Sembra e certamente è, una questione che riguarda l’impegno del critico o dello storico della letteratura. Ma è, assieme, un aspetto particolare della più generale liberazione dell’attività artistica, della creatività e originalità dell’espressione artistica da ogni vincolo esteriore, dall’opprimente e talvolta meschina ingerenza di interessi e opportunismi estranei alla valutazione estetica di un’opera d’arte.

Come è noto Croce negò valore estetico ai generi letterari, ossia la tendenza generalizzata ai suoi tempi ancora oggi viva in molti ambienti, a giudicare la bellezza di un’opera in base alla sua minore o maggiore aderenza ad un genere. Detta così, la questione sembra una questione puramente formale. In realtà, nel lungo percorso della storia, il metro di giudizio estetico fondato sul genere provocò, e ancora provoca, tragedie umane di grande portata. Si potrebbe dire che i generi letterari hanno fatto vittime allo stesso modo delle arbitrarie regole di tanti Stati autoritari. In questa prospettiva la denuncia del genere come metro del giudizio estetico è una battaglia di libertà perfettamente coerente con l’intera filosofia crociana ed ebbe ricadute che vanno ben oltre una mera discussione accademica su correnti e scuole letterarie. 

Nel 1913 Giuseppe Prezzolini scriveva al suo giovanissimo amico Roberto Longhi:

 …e poi non devi credere che l’estetica di Croce proibisca ai singoli critici di fabbricarsi, via via che occorre ad una più speciale ed intensa espressione artistica, estetiche per dir così tecniche. Ciò che Croce vuole, è che queste estetiche provvisorie, echafaudages critici, il critico non li idolizzi a realtà. L’estetica per voi dovrebbe aiutare a comprendere, per lui deve invece aiutare a non scomprendere, liberare la strada di pregiudizi, far sentire che quelle costruzioni artificiali (dramma, pittura, scultura, paesaggio, figura, linea) ecc., sono artificiali e che vanno usate ma non idolizzate a realtà (come fanno i professori di scuola che credono realtà la propria utilità) [4]

Naturalmente si può discutere sulla funzione che la classificazione in generi può avere una volta esclusa la dimensione squisitamente estetica. Mario Fubini nell’importante volume del 1956, Critica e poesia riconsidera l’intera questione alla luce del metodo crociano. Senza negare l’assunto generale, avvisa che oltre alla funzione meramente didascalica del genere che anche Croce, naturalmente, accoglieva, bisogna riflettere sulla funzione di orientamento che essi possono rappresentare nell’indagine storiografica, ossia per meglio comprendere l’andamento della storia letteraria o artistica, per coglierne caratteristiche e ragioni. Ma, avvisava ancora, a non riproporre l’errore segnalato da Croce, di smarrire il senso profondo dell’indagine storica che si fonda su realtà individuali e non su generiche astrazioni. Ma il grande critico mette in rilievo l’aspetto liberatorio della critica ai generi letterari, alle regole pratiche elevate a verità assolute. E mette in luce un altro aspetto non meno rilevante, ossia la strumentalizzazione compiuta dai falsi o mediocri artisti che fondano le loro fortune sulla costruzione di idoli letterari che l’industria culturale, aggiungiamo noi, utilizzano per i loro profitti. Non a caso Fubini può citare a sostegno delle sue tesi un filosofo che eroicamente si batté per la libertà: Giordano Bruno che, sin dai suoi tempi, si schierò contro l’illibertà anche nel mondo dell’arte, quella che si genera dal rispetto delle cosiddette regole. Giordano Bruno poteva dire con graffiante icasticità che le regole «servono a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare (…).»Non come Omero poeta di propria musa, «ma come scimmia della musa altrui».

Non a caso abbiamo parlato di industria culturale. La polemica crociana, infatti, anche se apparentemente circoscritta a questioni di valenza puramente teoretica, ha ricadute politiche in senso ampio di fondamentale importanza. Se ne accorse Max Horkheimer, il fondatore della Scuola di Francoforte, che pure sembrò lontanissimo alla cultura italiana del secondo dopoguerra dalla filosofia storicista di Croce. 

In una lettera indirizzata alla vedova di Croce in occasione della morte del filosofo tra l’altro scriveva:

Non solo per questo, e non solo nella cerchia dell’ambiente scientifico, tuttavia, percepiamo così dolorosamente il fatto che egli ci abbia lasciato. Ciò che egli ha compiuto nel campo dell’estetica riguarda ogni uomo che sia ancora padrone dell’esperienza spirituale e che non si consegni ciecamente al meccanismo dell’industria culturale. Egli, che proveniva dalla critica letteraria, è stato forse, dai tempi di Hegel, il primo filosofo importante che abbia avuto contemporaneamente un rapporto vivace, spontaneo ed originario con l’arte, riflettendo in piena responsabilità teorica sulla questione dell’arte. La sua visione fondamentale, secondo cui l’opera d’arte non può essere misurata in base al suo concetto di genere, senza che vada perduta la basilare questione relativa alla verità o alla falsità dell’opera stessa, ha avuto una forza liberatrice che si perpetua tuttora nell’esperienza artistica di innumerevoli persone, che non sanno nemmeno che tale contributo teorico, l’emancipazione dell’estetica dal pensiero classificatorio, si deve a Croce [5]  

 L’estetica filosofica crociana, il riconoscimento della sfera autonoma dell’arte come forma della conoscenza dell’individuale, secondo l’intuizione di Horkheimer , diventa il fondamento teorico che giustifica, per così dire, vidima ad un livello profondo, l’opposizione alla strumentalizzazione dell’arte in tutte le sue manifestazioni da parte del sistema dell’industria culturale per fini extraestetici, allotrici, avrebbe detto Croce. Autonomia dell’arte, purificazione dell’intuizione artistica, significa in questo contesto teorico, liberare l’arte da condizionamenti politici, moralisti, intellettualisti, pedagogici.

Fu la grande battaglia crociana per libertà della cultura combattuta agli inizi del Novecento e mai interrotta fino agli ultimi giorni della sua vita.  Le polemiche antipositiviste ed antidecandiste che caratterizzarono i primi anni dell’attività crociana acquistano, in questa prospettiva, un’ulteriore valenza e forse, almeno parzialmente, è possibile giustificare l’eccesiva vis polemica di tante posizioni assunte dal filosofo. La durissima polemica con il mondo accademico, con le istituzioni culturali più conservatrici, l’aspra critica agli eccessi del filologismo che pure il giovane studioso aveva coltivato con dedizione e passione. Un vecchio mondo sommerso da una insopportabile retorica che già il suo ideale maestro, Francesco De Sanctis, aveva combattuto con acume e generosità. Allo stesso modo Croce opponeva la sua serrata critica ad ogni forma di vuoto avanguardismo, di ribellismo di maniera che, a ben vedere, si traducevano in una nuova forma di retorica, una retorica occultata, nascosta, ma pur sempre retorica. La retorica dell’antiretorica, potremmo dire.   

Se non si può parlare, dunque, nei primi anni del Novecento, di un vero e proprio impegno politico del giovane Croce, è innegabile che tutto il suo pensiero è, di fatto, politico. In questa prospettiva l’influenza del marxismo è decisiva. Il riconoscimento di Antonio Labriola come unico suo  «maestro», non è soltanto una dichiarazione di stima e gratitudine, è a mio modo di vedere, anche una presa di posizione polemica, intrinsecamente politica. Il vecchio maestro lo invita a smettere i panni dell’erudito e, sia pure dell’erudito arguto e intelligente, per immergersi nella dimensione complessa, diremmo oggi, della storicità: la connessione degli studi storici con quelli filosofici nell’orizzonte dell’impegno politico, di quello che Croce definirà efficacemente, dell’eticopolitico. Alla stesura dei grandi libri di filosofia teoretica, il filosofo accompagna incessantemente l’attività di critico dell’epoca come pure potremmo dire, dotandosi, peraltro, di uno strumento, la rivista «Critica» che per i tempi si caratterizzava per  modernità e spregiudicatezza. La funzione della rivista è una funzione certamente politica. Non si richiama ad un partito e nemmeno espressamente ad un ideale politico circoscritto. Nemmeno al liberalismo come insieme di dottrine o come movimento storico che Croce studierà attentamente solo molti anni dopo. La dimensione della rivista è essenzialmente quella della battaglia culturale per lo svecchiamento della cultura italiana ed europea, per la liberazione da vecchi pregiudizi, da antiche incrostazioni, da opportunismi di varia specie e natura.

L’interpretazione del marxismo secondo l’impostazione labrioliana, sempre in serrata polemica con le letture superficiali o banali e semplicistiche del pensiero di Marx, tendono a costituire un primo nucleo di un pensiero teso a liberare la filosofia da ogni condizionamento esteriore, da ogni metafisica mal digerita, da ogni forma di naturalismo deterministico. Il «marxismo» crociano, come poi il suo «hegelismo» e «vichismo», si connotano per una costante, minuziosa, revisione dei residui, come certe volte scriverà Croce, metafisici ossia totalizzanti. A cominciare, lo abbiamo visto, dalla revisione della dialettica, in Hegel come in Marx, liberata, per così dire, dalla dimensione meccanicistica che possedeva oltre la volontà dei due grandi filosofi. La logica dei distinti che si affiancava alla logica dialettica completandola nella sua funzione fondamentale. Lo storicismo, fondato sulla idea che la storia è sempre storia come pensiero e come azione nella quale il nesso inscindibile fra le funzioni che presiedono allo sviluppo della storia non è mai determinato, ma sempre libero, originale e creativo. Una filosofia che si fonda sul giudizio, vichianamente, nel suo rapporto con la prassi senza che si possa conferire un primato all’uno o all’altra. Queste saranno le conclusioni del lungo itinerario del filosofo ma già ampiamente contenute nei primi suoi passi all’inizio del Novecento

Ad ulteriore prova che la libertà liberatrice percorre l’intera filosofia crociana in un orizzonte teoretico unitario per nella diversità e specificità degli ambiti di ricerca, è interessante leggere e commentare due brani i quali ci mostrano come il metodo crociano sia lo stesso, si parli di estetica o di filosofia della pratica e, come si vedrà leggendo il secondo, il nesso con la sua peculiare versione del liberalismo sia inscindibile.

Croce nella Filosofia della pratica, affronta la fondamentale questione del nesso necessità libertà, del condizionato e dell’incondizionato, nel nesso che potremmo definire dialettico rescisso il quale non si comprenderebbero più né il concetto di libertà né quello, che ne è l’opposto, di necessità. Scrive:

Come senza necessità non si ha libertà, perché senza situazioni di fatto non si dà volizione, del pari senza libertà non si dà necessità, ossia non si formano le situazioni di fatto, sempre nuove e necessarie rispetto alle nuove volizioni; perché le situazioni di fatto sono niente altro che gli accadimenti, e questi niente altro che il risultato delle volizioni singole. I due termini non si possono separare: tolto l’uno, è tolto l’altro; ma non si possono neppure considerare identici, a modo di sinonimi. Sono i due momenti, distinti ed uniti, dell’atto volitivo, che è l’unità dei due, necessitato e libero insieme [6].

Continua, più avanti, per chiarire la questione:      

Il paragone migliore è offerto anche questa volta dall’attività estetica. Nessun poeta crea il suo poema fuori di determinate condizioni di luogo e di tempo; e anche quando egli sembra e viene chiamato «anima d’altri tempi», appartiene al suo tempo. La situazione storica gli è data; il mondo delle sue percezioni è quello: con quegli uomini, quei costumi, quei pensieri, quelle opere d’arte precedenti. Ma, quando il nuovo poema è sorto, c’è nel mondo della realtà (nella contemplazione della realtà) qualcosa che prima non c’era, corrispettivo alla situazione data, ma non identico: una nuova forma, e perciò un nuovo contenuto, rivelazione di una verità prima non conosciuta. Tanto che, a sua volta, quella nuova poesia condiziona un moto spirituale e pratico, ed entra a comporre la situazione che sarà data per le future azioni e le future poesie. (…) Ma il paragone istituito è, più che paragone, analogia: ciò che accade nella sfera pratica, accade nella sfera della poesia, e in ogni altra attività spirituale, perché lo Spirito è libertà, e, per esser tale non astrattamente ma in concreto, deve essere insieme necessità [7]

 Nel saggio La concezione liberale come concezione della vita, fra i pochissimi dedicati dal filosofo alla dilucidazione del suo liberalismo Croce ricorre ancora all’estetica per chiarire la natura del liberalismo, ma meglio diremmo del liberalismo metapolitico che andava delineando negli anni bui dei totalitarismi, delle dittature. Quel liberalismo che abbiamo cercato di definire metodologico proprio per sottolineare la sua valenza teoretica, filosofica. Se il liberalismo è una concezione della vita è, in sostanza, una filosofia della libertà liberatrice sorretta da un impegno eticopolitico non esauribile in una sia pure impegnativa e brillante dottrina politica. Ciò non significa, naturalmente, che una simile concezione sia, per così dire, non ancorata alla storia, alla realtà. Anzi, nella storia trova la sua unica ragion d’essere. Ma meglio di noi Croce:

Cosicché, sempre che si ode (e s’ode di frequente) tacciare la concezione liberale di «formalistica»,   «vuota», «scettica» e «agnostica», conviene girare questa accusa alla filosofia moderna, che ne è toccata in modo più diretto e che cura di rispondervi con tutta se stessa: la filosofia moderna, che ha rinunziato alla pretesa di esser mai «definitiva», e perciò ad ogni dommatismo, appagandosi di essere, in cambio, perpetuamente viva e valida a porre e risolvere tutti i problemi che all’infinito si generano dalla vita, e a svolgere in perpetuo i dommi senza mai annullarli ma sempre approfondendoli e accrescendoli. La concezione liberale, come concezione storica della vita, è «formalistica», «vuota», «scettica» e «agnostica» al pari dell’etica moderna, che rifiuta il primato a leggi e casistiche e tabelle di doveri e di virtù, e pone al suo centro la coscienza morale; al pari dell’estetica moderna, che rifiuta modelli, generi e regole, e pone al suo centro il genio che è gusto, delicato e severissimo insieme. Come questa estetica vuole non già servire a scuole e scolette, ma interpretare le aspirazioni e le opere degli spiriti originali e creatori, così la concezione liberale non è fatta per i timidi e pei pigri e pei quietisti, ma vuole interpretare le aspirazioni e le opere degli spiriti coraggiosi e pazienti, pugnaci e generosi, solleciti dell’avanzamento dell’umanità consapevoli dei suoi travagli e della sua storia [8].   

La filosofia di Croce, dunque, è una filosofia della libertà che oltrepassa i confini della filosofia della pratica, si distingue dal liberalismo inteso come insieme di dottrine particolari, si fonda, come abbiamo visto, su una tradizione filosofica per alcuni aspetti diversa da quella sulla quale si fondava il liberalismo classico di origine empirista o razionalista. Un liberalismo, quello di Croce, dunque, che si potrebbe facilmente definire storicista. Ma questa connotazione ha senso solo se si tiene presente che lo storicismo crociano è molto diverso dalle filosofie della storia ottocentesche. E’ uno storicismo di metodo, potremmo dire, come di metodo è il suo liberalismo. Metodo, naturalmente, il cui significato non deve essere confuso con quello della mera tecnica. Anzi, per tanti aspetti, metodo in questo contesto assume il significato del continuo superamento di ogni dottrina chiusa, di ogni tecnica particolare che si voglia elevare a verità definitiva. In questo senso, in questa prospettiva, la moderna epistemologia nata in contrapposizione alla concezione positivistica, deterministica e riduzionista, potrebbe affiancarsi a quella filosofia moderna di cui parla Croce, per dare nuova sostanza e nuova vitalità ad un pensiero liberale che non voglia confinarsi in una mera tecnica di governo, in un formulario astratto e, paradossalmente, profondamente illiberale. 

Il liberalismo inteso in senso metodologico può fondarsi filosoficamente, dunque, anche sulla nuova epistemologia, su quella che dall’empiriocriticismo di Mach a Prigogine, dall’indeterminismo di Heisemberg a Maturana e Varela, e, sul terreno delle cosiddette scienze umane, alla sociologia di Morin, ridisegna i confini del pensiero contemporaneo. L’epistemologia contemporanea, infatti, propone una sensibilità diversa da quella tradizionale, sia pure semplicisticamente tradizionale, per cui la natura non è considerata più come una realtà oggettiva le cui leggi meccaniche e determinate devono essere scoperte dalla ricerca scientifica. La nuova scienza è consapevole che la verità si costruisce, non si scopre, che la ricerca non è oggettiva ma risente del condizionamento storico ed esistenziale del soggetto che indaga. Il che significa che allo scienziato viene riconosciuta, se ben si riflette, una maggiore responsabilità, una sostanziale libertà di scelta. Questa nuova visione dell’epistemologia si affianca ad una concezione liberale che si fonda sulla storicità, sull’ idea di fondo che non esistono verità morali e politiche oggettive.

D’altro canto, il liberalismo non coincide propriamente con la filosofia della libertà la quale ha bisogno di fondamenti teorici saldi oltre che, naturalmente, di tenere in conto la storia e i movimenti etico politici di cui la storia è intessuta. In questo contesto, sia detto di fuggita, si comprendono meglio i contorni della celebre discussione fra Croce ed Einaudi, sulla distinzione fra liberismo economico e liberalismo. Il liberalismo se si riducesse, per utilizzare un termine caro alla sociologia contemporanea post positivista, ad un principio puramente economico (il libero mercato unico garante delle libertà politiche), finirebbe con il perdere la dimensione stessa della libertà come fondamento di se stesso.

Potremmo in conclusione dire che una diversa concezione filosofica ed epistemologica, sia delle scienze che del liberalismo intesi in senso metodologico e storicista, comporti una critica per taluni aspetti radicale del potere e finisca con l’assumere una nuova dimensione l’affermazione classica per cui il liberalismo è la concezione politica che pensa il potere come limite al potere stesso. Se, come abbiamo cercato di mostrare, liberalismo e scienza moderna non si pensano più come un insieme statico di dottrine politiche o scientifiche, ma come metodi di interpretazioni della vita e come potenze del fare che, con il loro fare, modificano incessantemente la realtà, è più facile comprendere perché il liberalismo può porsi come rigorosa critica del potere in tutte le sue forme, ivi compresa quella che il potere assume sul terreno del sapere o, come si preferisce dire, dei saperi. Se la scienza non è più considerata come ciò che razionalmente o magicamente, scopre, toglie il velo ad una realtà oggettiva, metafisicamente esistente al di là di ogni soggettiva interpretazione, sarà facile comprendere come la stessa ricerca scientifica, anche quella che si presenta con il sereno volto della pura ricerca, è in realtà sempre contaminata con la politica, con l’etica, con le religioni, col potere nel senso più ampio della parola.

Il liberalismo, inteso come liberalismo critico – metodologico diventa una critica fondamentale della società. Una critica che tende a costruire una nuova società ma nella consapevolezza che essa non sarà l’ultima ne sarà la società perfetta. E’ un metodo in continuo movimento che, nel decostruire la realtà la costruisce in forme sempre nuove, nell’intento di ampliare sempre più l’orizzonte della libertà e dei diritti di ogni libero individuo. La libertà liberatrice.

                                                                                                                    Ernesto Paolozzi

(Dal volume collettaneo Benedetto Croce, a cura di Claudio Tuozzolo, Roma 2017)



[1] B, CROCE, Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari 1958, p. 390.

[2] Ibidem.

[3] B. CROCE, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Laterza, Bari 1909, p. 24.

[4] La lettera di Prezzolini a Longhi fu pubblicata da “Il settimanale”, n.27, 1980.

[5] M. HORKHEIMER, Lettera alla vedova di Croce, in «Complessità», Messina gennaio-dicembre 2010, 4-5, p. 4.

[6] B. CROCE, Filosofia della pratica, Laterza, Bari 1963, p. 120.

[7] Ivi, p. 121.

[8] B. CROCE, Etica e politica, Adelphi, Milano 1994, pp. 340-341.