Croce e il pensiero totalitario

E’ inutile dire che discorrere di Croce e il totalitarismo, o anche solo del pensiero totalitario, importerebbe ricostruire non solo l’intero pensiero del filosofo ma anche la storia del Novecento, della quale egli fu in gran parte protagonista.
Preliminarmente si può, a scopo essenzialmente didascalico, schematizzare suddividendo in tre aree la polemica antiautoritaria di Croce: nei confronti del comunismo, del fascismo e del nazismo, e, infine, di una parte del pensiero illuminista allorché assunse le caratteristiche che oggi definiremmo del totalitarismo democratico. Anche se, per alcuni aspetti, si potrebbe ipotizzare una fin troppo facile suddivisione cronologica fra le varie fasi della polemica crociana, esse invece, per alcuni aspetti, si sovrappongono. Una distinzione netta si può operare soltanto fra l’opposizione al comunismo e quella, posteriore, al fascismo. Ma, a ripercorrere l’itinerario crociano, risulta evidente che la polemica anticomunista si riaccende prepotente nel dopofascismo ed anzi, potremmo dire, si accentua rispetto all’inizio del secolo. Così per l’opposizione alle derive totalitarie della democrazia nata dalla Rivoluzione francese: bisogna considerare che essa è presente sempre, dai primi anni del Novecento, gli anni della polemica antipositivista, al secondo dopoguerra allorché il vecchio filosofo si confrontò aspramente con l’azionismo ed i suoi ideologi.
Nel 1900, Croce pubblica Materialismo storico ed economia marxistica che rappresenta la prima fase dell’interpretazione crociana del marxismo. Nella Prefazione, del luglio 1899, il giovane filosofo, così legato all’unico maestro che riconoscerà, Antonio Labriola, espone con evidente chiarezza la sua valutazione critica del marxismo. “Mi sembra opportuno far notare, scrive, che i miei scritti (…) rappresentano in Italia, nella interpretazione e critica delle dottrine marxistiche, la medesima tendenza, che si è venuta svolgendo quasi contemporaneamente in Francia per opera del Sorel, e che procura di liberare il nocciolo sano e realistico del pensiero del Marx dai ghirigori metafisici e letterari del suo autore, e dalle poco caute esegesi e deduzioni di scuola. Mi auguro che i saggi del Sorel, così importanti, vengano presto anch’essi raccolti in volume. Avvertirò anche che, per quel che concerne la prima fase del pensiero del Marx e la sua costruzione filosofica e metafisica (la quale resta come strascico, e talvolta come semplice fraseologia, nei suoi scritti posteriori), io non ho avuto occasione di farvi se non qualche accenno, piuttosto per indicare le questioni di genesi storica e di critica teorica da risolvere, che non per risolverle io stesso.” (1)
Ma, in cosa consiste dunque la rivisitazione del pensiero di Marx, e in che senso essa è interessante per la critica all’autoritarismo che è l’oggetto della nostra indagine? In parte lo si è già visto dalla lunga citazione. E’ la critica a quello che, con linguaggio moderno potremmo anche definire riduzionismo di Marx e che invece Croce denomina metafisica, conferendo a questo termine, naturalmente, un significato traslato, a voler indicare un atteggiamento generale che restringe l’infinita pluralità delle vicende umane ad un’unica principio esplicativo. Da questo punto di vista il pensiero di Croce non muta negli anni, tant’è che in un saggio molto posteriore, del 1947, L’immaginario passaggio del comunismo marxistico dall’utopia alla scienza, afferma con chiarezza: “Mi pare di aver dimostrato con la dovuta nettezza che il Marx, se compiè un travestimento materialistico o piuttosto economicistico dell’idea hegeliana, non recò nessuna correzione speculativa e logica a quel sistema, del quale accettò tutt’ intera e quasi unicamente, la parte deteriore e antiquata, in ultima analisi, di provenienza teologica.” (2) Se, dunque, è chiara ed evidente l’individuazione dell’aspetto intrinsecamente totalizzante e, dunque, totalitario, della filosofia marxiana e, ciò che è rimarchevole, della derivazione hegeliana di essa, per cui si può tranquillamente affermare che l’hegeliano Croce individua che ciò che è morto del pensiero del grande filosofo di Stoccarda è proprio l’aspetto totalitario, è altresì rimarchevole, e quasi a ulteriore prova, che egli salva del pensiero di Marx il tratto che potremmo definire metodologico. Infatti, già in quel primo volume del Novecento, nel saggio Sulla forma scientifica del materialismo storico, scrive: “E, certo, è noto per comune proverbio che l’interesse è fortissimo movente delle azioni degli uomini e si cela sotto le forme più varie; ma non è men vero che a chi si faccia a studiare la storia dopo essere passato attraverso le lezioni della critica socialistica, accade come al miope che si sia fornito di un buon paio di occhiali: vede ben altrimenti, e tante ombre incerte gli svelano i loro contorni precisi” (3)
E’ la ben nota interpretazione crociana secondo la quale il marxismo è un buon canone d’interpretazione della storia, non quello assoluto, che sarebbe appunto una idea metafisica, ma quello che, avendo in parte riproposto e in parte svelato la forza dei rapporti economici nel promuovere la storia, ha aperto nuovi orizzonti all’intera filosofia. Se sul terreno etico-politico il socialismo, che in quest’epoca Croce identifica con il comunismo, ha contribuito a creare un movimento generale di liberazione degli oppressi, degli svantaggiati, sul piano squisitamente teoretico, come Croce ricorderà in tantissime occasioni, ha contribuito a compiere quell’importante passo che il filosofo napoletano identificherà nella scoperta dell’utile come valore spirituale. Ciò che colloca Marx nella grande tradizione del cosiddetto realismo politico che ha proprio in Italia, con Machiavelli prima e Vico poi, i suoi padri fondatori insieme, naturalmente, al pensiero di Hobbes.
Ma a noi qui interessa fondamentalmente cercare di comprendere quale sia l’atteggiamento generale di Croce di fronte al marxismo, o socialismo marxista, dal punto di vista della critica al totalitarismo. E’ indubitabile, ad esempio, che il tono dei primi saggi rispetto a quelli degli anni della maturità e della vecchiaia, è diverso: molto più comprensivo e, vorremmo dire, disteso. Tant’è che nei primi anni del secolo non furono pochi coloro i quali, in Italia e fuori d’Italia, vollero considerare Croce quasi un revisionista del marxismo stesso se non un marxista ortodosso pentito, etichetta che Croce, com’è noto, rifiuterà a più riprese.
Un primo cambiamento di rotta, per certi versi quasi una svolta, avviene nel 1911, con la ben nota intervista sul socialismo (4). In questo vivace scritto, come sempre sono gli scritti in forma dialogica, Croce traccia un bilancio sia della sua esperienza personale, dai rapporti con Labriola a quelli con Sorel, sia dell’esperienza del socialismo nelle sue due versioni fondamentali, quella cosiddetta utopistica e quella cosiddetta scientifica di origine marxistica. Come sempre, secondo il suo metodo, egli cerca di sceverare fra ciò che è vivo e ciò che è morto, cogliendo i tratti positivi del socialismo, il contributo fondamentale che ha portato alla storia della civiltà, ma anche i suoi intrinseci limiti, per cui, come moto complessivo, è andato sbiandendo fino a morire. Il socialismo è morto, dunque, per Croce, già nel 1911. Questa dichiarazione va, come è ovvio, immediatamente messa in relazione all’altra, del 1938, che dà il titolo ad un saggio introduttivo per la ristampa del saggio di Antonio Labriola In memoria del Manifesto dei comunisti e poi ripubblicato in appendice ad una nuova edizione del volume del 1900: Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia(1895-1900). Ripercorre il suo fondamentale sodalizio con Labriola e, ancora una volta, disegna il suo distacco dal marxismo sia sul versante filosofico che su quello degli studi economici, confermando sostanzialmente l’interpretazione che abbiamo già commentato distinguendo ancora fra la versione metodologica del marxismo e quella metafisico-totalitaria.
E’ inutile dire che sia la certificazione di morte del socialismo dell’11 che per l’altra del marxismo teorico scatenarono una dura e ampia polemica. E, in verità, ad una lettura superficiale, i fatti, i puri e semplici fatti, sembravano dar torto a Croce con elementare evidenza. E proprio ciò dovrebbe insospettire il critico perché troppo ingenuo sarebbe stato Croce a lasciarsi sorprendere così semplicemente dalla storia. A pochi anni da quella dichiarazione di morte, il socialismo avrebbe preso una tale forza da diffondersi sempre più non solo nel mondo occidentale ma al punto da arrivare al potere in uno dei più grandi paesi del mondo:la Russia. E ancora, negli anni successivi fino al 1938 e ancor più, come è noto, alla fine della seconda guerra mondiale, esso si sarebbe diffuso nelle democrazie liberali e per qualche anno sarebbe stato quasi egemone proprio nel mondo della cultura, nelle Università, nelle redazioni dei giornali, fino a diffondersi nel cinema, nel mondo dello spettacolo, nella più varia saggistica letteraria, filosofica e perfino scientifica. Poteva Croce non essersi accorto di tutto questo? E negli anni successivi, fino alla sua scomparsa nel 1952, quasi non accorgersi di ciò che gli accadeva attorno, dato che mai smentì quelle due certificazioni di morte?
E, infatti, come già del resto affermava nell’intervista, e come si desume da tutta la sua opera, egli intendeva certificare appunto la morte teorica del marxismo e il capovolgimento etico-politico di una dottrina nata sulla spinta generosa della palingenesi sociale e lentamente tramutatasi in una terribile macchina totalitaria.
In un libro meditato e profondo, che non è un’intervista e nemmeno un sia pure brillante scritto autobiografico, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Croce determina qual è il suo concetto di socialismo, per cui si desume con tutta evidenza che egli intende per morto il socialismo illiberale contro il quale egli si batterà, senza per questo, ovviamente, pensare ingenuamente, quasi scioccamente che il socialismo nella sua versione totalitaria non sia malauguratamente ben vivo e vegeto. Mentre invece esso dovrebbe lasciar posto, semmai, al socialismo democratico e liberale. E infatti scrive lapidariamente: “Il socialismo, ove si prescinda dalle utopie che vi aderiscono di redenzioni o transumazioni dell’umanità mercé un rivolgimento puramente economico e pertanto materiale o materialistico, e lo si guardi direttamente nella sua effettuale realtà, è un moto d’ascensione o un impulso dato all’ascensione di quegli strati sociali, di quelle moltitudini, che erano rimaste nella vita pubblica piuttosto passive che attive; e, in quanto moto di ascensione, è sociale e non antisociale, storico e non antistorico, e perciò né si può reprimerlo e domarlo, quasi sia uno sfregamento beduino, col contrassalto della violenza, né lenirlo e risanarlo con la carità e la beneficenza, quasi un’infermità.” Ma aggiunge:”socialismo senza libertà, o non attuato mercé la libertà, non è vero socialismo.” (5)
Per certi aspetti è più agevole tracciare il quadro dell’opposizione crociana al totalitarismo nazifascista. A parte la questione puramente storiografica che non impegna la posizione morale del filosofo riguardo all’iniziale incomprensione del fenomeno fascista, è evidente ed a tutti nota la esemplarità dell’opposizione di Croce che divenne, compassare degli anni, in Italia e in tutto il mondo libero, un’opposizione simbolica nel senso, naturalmente, alto e forte del termine. Il filosofo della libertà, lasciato quasi in solitudine a combattere con le sue sole armi, quelle della critica, il regime fascista prima e quello nazista in seguito.
Fra i tanti testi che si potrebbero citare è utile, perché si fughi ogni equivoco, ricordare Il Manifesto degli intellettuali italiani antifascisti del 1º maggio 1925, che è un atto pubblico solenne,indubitabile. Croce infatti fu l’estensore di questa “protesta”, come egli dice, su richiesta di alcuni amici e, fondamentalmente, di Giovanni Amendola, dal cui carteggio con il filosofo si desume con evidenza quanto difficile fu raccogliere le firme di altri intellettuali e come la figura di Croce immediatamente divenne il punto di riferimento morale degli antifascisti italiani.
Importa di più, dunque, cercare di comprendere la natura intima, vorremmo dire, della posizione crociana, al di là delle tante ed evidenti posizioni politiche su singole questioni che il filosofo e senatore affrontò in quegli anni. Non si può certo dimenticare la ferma protesta contro il Concordato perché, in quella sede apparirà ancor più chiaro l’intento antiautoritario di Croce che denuncerà l’accordo, in quel preciso momento storico, fra due forze che appaiono entrambe totalitarie: la Chiesa come organizzazione ed il regime fascista. L’opposizione di Croce, naturalmente, non inficia la considerazione più generale che egli ebbe della civiltà cristiana come mostra, per non citare altro, il noto saggio Perché non possiamo non dirci cristiani.
Ma torniamo al manifesto, nel quale il filosofo, rispondendo al Manifesto degli intellettuali fascisti del 21 aprile, scriveva: “Nella sostanza, quella scrittura, è un imparaticcio scolaresco, nel quale ogni punto si notano confusioni dottrinali e malfidati raziocini: come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democratismo con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere.”(6) Ancora Croce polemizza con la retorica della doverosa sottomissione degli individui al Tutto. In queste poche righe si compendia il pensiero del filosofo che nel distaccarsi ancora una volta dal democraticismo conferma la sua inappellabile opposizione ad ogni concezione che ponga lo Stato come sovrano assoluto, come Stato etico. E immediatamente viene alla memoria l’ironia con la quale Croce colpisce la posizione gentiliana da lui definita una idea “governativa” della morale. E’ in gioco qui non solo la normale avversione politica per un regime indesiderato ma l’idea stessa, che in qualche modo e sia pure confusamente è a fondamento di quel regime, che è appunto quella che modernamente definiremmo totalitaria dello Stato e della storia.
In una intervista rilasciata alla “New Republic” dell’agosto del 1937 (7), è possibile, ancor più chiaramente data la sede, rintracciare elementi fondamentali della posizione crociana. Il filosofo distingue, innanzitutto, fra l’autoritarismo che potremmo dire antico e quello che invece si caratterizza ai suoi tempi e scrive: “Ma l’autoritarismo dei nostri giorni, o quello che si profila nell’avvenire, è irreligioso e materialistico, nonostante le finzioni retoriche e i fanatismi e si riduce a un brutale dominio di violenza sui popoli, costretti a non vedere e a non sapere, e a lasciarsi condurre e a obbedire.” Questa è dunque una caratteristica peculiare, secondo Croce, dell’autoritarismo del Novecento, che si distingue nettamente dalle forme di teocrazia o di oligarchia del passato. Non solo dunque, come nella polemica strettamente filosofica ha sostenuto, l’idolatria dello Stato inteso come unico universale, ma l’irrazionale che, contraddicendo se stesso, si riduce a dominio dell’ordine sul presunto caos. Ma, ancora più precisamente, è caratterizzato nella pagina precedente, allorché si individua nel dominio delle cosiddette masse che tutti i totalitarismi del Novecento chiamano in causa come a giustificare se stessi. “Il sano senso politico, scrive, non le ha mai concepite (le masse) come direttrici della società ma ha sempre attribuito questo ufficio direttivo a una classe non già economica, ma politica, capace di governare. Il problema non è dunque di masse ma di classe dirigente.” Non solo, se infatti è evidente il richiamo crociano agli atteggiamenti che potremmo definire populisti, tipici delle moderne dittature che legittimano i loro soprusi appellandosi di volta in volta al consenso popolare o, come diremmo oggi, all’opinione pubblica, non è men vero che il filosofo pensi anche alla crisi che le stesse democrazie vivono allorché scivolano in forme di totalitarismo, sia pure mite. Dice infatti: “Il liberalismo è, tutt’insieme, amico e avversario della democrazia (…) ma è avversario della democrazia quando questa tende a sostituire il numero della quantità alla qualità, perché sa che, così facendo, la democrazia prepara la demagogia e, senza volerlo, le dittature e le tirannie, distruggendo sé medesima.”
Qui forse Croce pensava a Tocqueville che, in verità, cita poco nei suoi scritti. Eppure sembra di leggere una delle tante, acute descrizioni della possibile degenerazione della democrazia americana in dittatura della maggioranza. E non vi è, credo, che non veda un sostanziale comune sentire con l’Ortega del 1930, l’Ortega de La ribellione delle masse. Un Croce, insomma, che si situa, coscientemente o inconsapevolmente, a pieno titolo in quella tradizione di liberalismo critico che da Tocqueville giunge alla Hanna Arendt de Le origini del totalitarismo.
Ma è forse in un saggio del 1930, Antistoricismo che si può rinvenire, tematizzata e quasi riassunta, la posizione di Croce nei confronti dei totalitarismi; un tentativo di cogliere un fondamento comune a fenomeni che potrebbero sembrare (e per certi aspetti sono) totalmente diversi. Sostanziale identità dei totalitarismi in quanto totalitarismi, come sosterranno, con argomentazioni diverse, la già ricordata Arendt e il Popper di Miseria dello storicismo. Paradossalmente, il filosofo italiano rintraccia la radice degli autoritarismi del Novecento nel comune antistoricismo. Il contrario di Popper, dunque! E invece no, perché l’uso del termine storicismo nei due filosofi è completamente diverso mentre, in fin dei conti, uguale l’intenzione filosofica di fondo. Per Popper, infatti, storicismo è ciò che Croce denominò filosofie della storia, ossia quella tendenza, di derivazione hegeliana e marxiana, a costringere la storia in schemi e leggi precostituiti, ciò che appunto sia il filosofo austriaco che quello italiano condannarono senza appello come una forma moderna e travestita di metafisica che conduce, sul terreno politico, ad una concezione chiusa e deterministica della società. (8)
L’antistoricismo che Croce individua è di altra natura e bisogna, dunque, cercare di comprenderlo. Il filosofo napoletano individua due atteggiamenti opposti che trovano un punto d’incontro nella negazione della storia, del libero svolgimento di essa e dunque della libertà, della libera dialettica che si esercita nel divenire storico. “Il primo, scrive, idoleggia un futuro senza passato, un andare innanzi che è un saltare, una volontà che è un arbitrio, un ardimento che, per servarsi impetuoso, si fa cieco; e adora la forza per la forza, il fare per il fare, il nuovo per il nuovo, la vita per la vita, alla quale non giova mantenere il legame col passato e inserire la sua opera sull’opera del passato, perché non le importa di essere vita concreta e determinata, ma vuol essere vita in astratto o mera vitalità, non il contenuto ma la vuota forma del vivere, che si pone, essa, come se fosse un contenuto. (…) Il secondo, continua Croce, aborre l’idea stessa della storia come il regno del relativo e del contingente, del mobile e diverso, del vario e individuale, e sospira e aspira e si sforza all’assoluto, al fermo, all’uno, a trarsi fuori della storia, a superare lo storicismo, per acquistare sicurezza e pace. Rispetto alla vita sociale, questo secondo modo pone il suo ideale in ordinamenti che sopprimano l’intervento individuale, e con ciò la concorrenza, la gara, la lotta, e impongano la regola…” (9)
E’ fin troppo facile riconoscere nel primo il fascismo e nel secondo il comunismo. Croce infatti, qualche pagina più avanti, specifica che, sotto quello che può sembrare un ragionamento puramente filosofico, si cela l’immane tragedia politica di quegli anni. “Sono coteste, senza dubbio, e debbono essere, formole filosofiche, ma sotto di esse stanno fatti ben concreti e corpulenti, si muovono le dramatis personae della più moderna lotta politica, quali l’imperialismo e nazionalismo, il socialismo marxistico, lo statalismo che si decora del nome di etico, la ripresa cattolica e clericale, e via enunciando.” (10)
Un antistoricismo, precisa Croce, che non ha niente a che vedere con atteggiamenti apparentemente simili comparsi nel passato perché in esso non si riesce a rintracciare nessun segno positivo, nessuna dialettica ragione capace, quantomeno, di qualificare il negativo secondo una sua funzione o necessità storica.
Scrive Croce: ” L’antistorico cristianesimo ha portato alla virtù della caritas, l’antistorico Illuminismo si ammorbidiva di umanitarismo e di sensiblerie; ma l’odierno antistoricismo è tutto sfrenatezza di egoismo o durezza di comando, e par che celebri un’orgia o un culto satanico.” (11) Dichiarazione di grande momento per un filosofo che ha sempre cercato di cogliere il nesso dialettico fra bene e male, fra positivo e negativo. Preludio di quelle che saranno le drammatiche pagine sulla vitalità, termine che qui già compare, intesa come forza “cruda e verde”, necessaria (come cercherà di dimostrare in seguito richiudendo il circolo della sua filosofia) eppure tragicamente pericolosa (12). Val la pena di chiarire, di passaggio, che queste ultime affermazioni crociane valgono più per l’irrazionalismo a fondamento del fascismo e del nascente nazismo che non per il comunismo in tutte le sue svariate forme. D’altro canto lo stesso Croce, in tanti noti scritti elabora una critica complessa e ragionata di quel grande e sia pure tragico movimento che è stato il socialismo, il socialismo comunista, dalla fine dell’Ottocento agli inizi del secolo XX.
Ma un altro aspetto del pensiero antitotalitario di Croce da mettere in grande evidenza, anche perché è senz’altro più controverso, è la polemica anti-illuminista, per certi aspetti anti-giacobina che il filosofo condusse anche dal punto di vista della critica alle filosofie dogmatiche e alle politiche autoritarie. Controversa, naturalmente, perché, innanzitutto, l’Illuminismo sul piano filosofico e culturale e il giacobinismo sul piano politico non si possono in nessun modo collocare sullo stesso terreno dei totalitarismi del Novecento e meno che mai in rapporto al nazifascismo. E’ controverso perché (ed anche qui è naturale che sia così) il pensiero di Croce su questo tema è molto più sfumato e argomentato né mai il filosofo simpatizzò con le posizioni reazionarie dei nostalgici dell’antico regime.
Se, come abbiamo visto, Croce riconosce in varie opere (ma basterebbe ricordale la Storia d’Europa nel secolo decimonono, e i tanti scritti, già citati, sul marxismo) gli indubbi meriti del movimento socialista e comunista, a maggior ragione sarebbe stato assurdo, come qualche critico superficiale ha sostenuto, che egli non riconoscesse l’importanza storica del cosiddetto Illuminismo, ossia di quel grande movimento di idee e di passioni che è all’origine del moderno liberalismo, della moderna democrazia e che, assieme al cristianesimo, costituisce l’elemento fondamentale della nostra stessa civiltà.
L’opposizione di Croce nei confronti di alcune varianti dell’illuminismo, e soprattutto di alcuni aspetti del pensiero di Rousseau (13), si esercita proprio e soprattutto su quegli aspetti che si possono definire, sia pure con qualche esagerazione, totalitari o autoritari. Sul terreno strettamente teoretico- filosofico il contrasto dello storicista Croce si esercita nei confronti dell’antistorico Illuminismo, ossia dell’idea che una ragione astratta e matematizzante possa costituire l’elemento fondamentale del giudizio per cui l’intera storia, l’intera vita dell’uomo, deve essere sottoposta al tribunale della ragione. E’ questo aspetto della mentalità illuminista, più che dei singoli pensatori e filosofi che, a volte, furono dei grandi storici come Voltaire, che Croce condanna come in qualche modo totalitario. Un autoritarismo naturalmente mite, che spesso si presenta col volto della ragionevolezza, del pedagogismo, ma che pure, in quel suo voler imporre la tirannia della ragione puramente matematico-sillogistica, finisce con l’imbavagliare, sia pure spesso involontariamente, la libera voce, la libera creatività dell’uomo. Ciò che sul terreno politico si tramuta nella rousseauiana volontà generale che è anch’essa un’astrazione e potremmo dire perfino una presunzione su cui si fonderebbe la moderna idea di democrazia. Già Hegel per un verso e Tocqueville per un altro avevano sottoposto a sottile e definitiva critica l’idea, a volte ingenua ma non per questo meno pericolosa, di una democrazia fondata sull’idea di maggioranza, ciò che appunto il grande studioso francese icasticamente definì la tirannia della maggioranza.
E’ in questi elementi fondamentali che si deve rinvenire la sostanza della polemica crociana che si esercitò sin dagli ultimi anni dell’Ottocento sino alle polemiche contro il partito d’azione (14) nel secondo dopoguerra, contro quello che potremmo definire l’atteggiamento democraticistico che finisce con l’annullare le sue stesse ragioni che vorrebbero essere quelle della democrazia liberale, della giustizia e dell’eguaglianza concretamente coniugate con la libertà, ossia sempre storicamente determinate e mai astrattamente pensate secondo codici o catechismi della democrazia che sono, al contrario, delle forme larvate ed insidiose di pensiero totalitario.
Ma, per comprendere appieno la posizione del filosofo, non ci si può non riferire al suo atteggiamento politico generale, alla sua sensibilità, potremmo dire, culturale in senso ampio. Anche ciò costituisce un problema storiografico che però va almeno posto nei suoi termini problematici. Non vi è dubbio che, nella difficoltà che Croce incontra nell’accogliere alcune posizioni tipiche della democrazia moderna, giochi la sua sensibilità di liberale di tipo classico che potrebbe perfino definirsi conservatore, a patto che si giudichi allo stesso modo il pensiero di Tocqueville, della stessa Arendt, di Ortega e di altri pensatori affini. C’è, in fondo, in lui il sospetto che ogni liberale individualista nutre per ogni concezione della storia che tenda a privilegiare lo Stato, i partiti, la maggioranza e, insomma, tutte quelle categorie che tendono a schiacciare la libera espansione individuale.
Ma nel caso specifico dell’avversione al democraticismo il ruolo fondamentale è svolto dal realismo politico, di cui Croce si fece sempre sostenitore, quel realismo politico che gli deriva dagli iniziali studi sul marxismo, dal serrato confronto con Antonio Labriola e che in seguito ritroverà nella tradizione italiana di Machiavelli e Vico. Ecco ciò che costituisce problema storiografico: una posizione politica che affonda le radici sia nel liberalismo classico che nel pensiero politico rivoluzionario. Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è per il fatto stesso che questa propensione non ha mai nuociuto, in tanti anni di speculazione e di attività politica di Croce, alla sua interpretazione della realtà, alla costante e intransigente difesa della libertà. Ciò vuol dire, semmai, che sarebbe il caso di approfondire le ragioni teoretiche della filosofia politica di Croce e, finalmente, comprendere che con essa ci troviamo di fronte ad un liberalismo di tipo nuovo, come già si disse per Tocqueville (15), complesso ma efficace, un liberalismo metodologico che ci fornisce gli strumenti per comprendere la realtà politica dei nostri tempi: dopo il crollo delle ideologie e delle certezze ottocentesche, il terzo millennio si trova a dover fronteggiare condizioni assolutamente nuove. O ci si adatta all’idea di vivere in un mondo privo di riferimenti di sorta oppure si compie lo sforzo di crearne di nuovi e più soddisfacenti. Ecco perché il liberale Croce, nel 1917, nella Prefazione alla terza edizione di Materialismo storico ed economia marxistica, ha potuto scrivere di Marx: “E, oltre l’ammirazione, gli serberemo, -noi che allora eravamo giovani, noi da lui ammaestrati,- altresì la nostra gratitudine, per aver conferito a renderci insensibili alla alcinesche seduzioni (Alcina, la decrepita maga sdentata, che mentiva le sembianze di florida giovane) della Dea Giustizia e della Dea Umanità.” (16)
Fin qui dunque l’analisi storica, potremmo dire, dell’antitotalitarismo di Croce. Ma il lettore esperto della filosofia crociana sa come, al di là di queste considerazioni, è il nocciolo teoretico stesso del pensiero crociano ad essere atitotalitario, perché egli edifica la sua filosofia sui tre concetti fondamentali della logica della distinzione categoriale, della dialettica degli opposti, e del giudizio come giudizio storico, ossia come “inveramento” della sintesi a priori kantiana e dell’universale concreto hegeliano (17). La storia è dunque sempre un divenire a cui l’uomo conferisce senso, attraverso il giudizio che è sempre un giudizio di distinzione. Nella storia l’uomo esercita il suo compito nella concreta e pratica quotidiana lotta per l’affermazione della libertà sull’incalzante e imperituro negativo, in quell’eterno circolo di teoria e prassi di cui è costituita la nostra vita (18).
Ernesto Paolozzi.

Note

1) B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Laterza, Bari, 1961, p.IX, ripubblicato in edizione critica da Bibliopolis a cura di Piero Crateri. Si confronti inoltre B.Croce, Contributo alla critica di me stesso, Adelphi, Milano, 1989, p.33.

2) B. Croce, L’immaginario passaggio del comunismo marxistico dall’utopia alla scienza, in Filosofia e storiografia, Laterza, Bari, 1969, p270. Nello stesso volume si leggano i saggi: L’ortodossia hegeliana del Marx e Come intendevano la dialettica il Marx e l’Engels nel 1877.

3) B. Croce, Materialismo…, cit. p.15

4) B. Croce. La morte del socialismo, in Cultura e vita morale, Laterza, Bari, 1955

5) B. Croce, Storia d’Europa del secolo decimonono, Adelphi, Milano,1993,pp.362-363.Per una valutazione complessiva del rapporto fra Croce e il comunismo, rimane fondamentale il volume di Antonio Jannazzo, Croce e il comunismo, ESI, Napoli, 1982.

6) Il Manifesto è leggibile nel volume antologico degli scritti di Croce, curato dallo stesso filosofo, Filosofia poesia storia, Ricciardi, Milano-Napoli, 1951.

7) L’intervista citata è pubblicata nel volume di B. Croce, Filosofia poesia storia, cit.

8) Ci riferiamo, naturalmente, fra i tanti scritti citabili, al classico Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel del 1906, ristampato in B.Croce, Dialogo con Hegel, ESI, Napoli, 1996 , a cura di G.Gembillo.

9)B. Croce, Ultimi saggi, Laterza, Bari, 1963,pp.252-253.

10) Ibidem, p.259

11) Ibidem, p.257

12) Si confronti il saggio Difesa della poesia del 1933, in Ultimi saggi, cit. In questo efficacissimo scritto, Croce affronta da un altro punto di vista la crisi di civiltà di quegli anni e scorge nella poesia, nell’arte, uno dei fattori fondamentali di civilizzazione, di difesa, contro la vichiana barbarie ritornata. Si confrontino anche i volumi di A.Parente, Croce per lumi sparsi, La nuova Italia, Firenze, 1975, E.Paolozzi, Il liberalismo come metodo, Fondazione “L.Einaudi”, Roma, 1995 e P. Bonetti, L’etica di Croce, Laterza, Roma-Bari, 1991.

13) Cfr Girolamo Cotroneo, Croce e l’Illuminismo, Giannini, Napoli, 1970

14) Sulla questione dell’avversione di Croce per il Partito d’azione, una fonte particolarmente interessante, per il risvolto filosofico e umano, è costituita dal carteggio con Omodeo, pubblicato a cura di Marcello Gigante dall’Istituto Italiano per gli studi storici nel 1978.

15) Per una lettura moderna del liberalismo di Tocqueville, si confronti V. de Caprariis, Profilo di Tocqueville, Guida, Napoli, 1996.

16) B. Croce, Materialismo…, cit, p.XIV

17) In riferimento ai fondamentali concetti della filosofia di Croce innanzitutto Logica come scienza del concetto puro del 1909 e La storia come pensiero e come azione del 1938 (riedito a Napoli in edizione critica da Bibliopolis nel 2002). Per il rapporto fra storicismo e liberalismo il saggio di Renata Viti Cavaliere, Lo storicismo umanistico-liberale di Croce, in “Colloqui”, ESI, Napoli,fasc.1-2, 2002.

18) Si confronti E.Paolozzi, Benedetto Croce. Logica del reale e il dovere della libertà, Cassitto, Napoli, 1998.