Pannunzio e i quattro campani del “Il Mondo”

A cento anni dalla nascita, Mario Pannunzio viene ricordato in tutta Italia.

Poco noto al grande pubblico, è considerato fra i maggiori giornalisti del Novecento. Non vi è giornalista che non si professi in qualche modo allievo di Pannunzio o da lui ispirato o, se avversario politico, rispettoso della sua intelligenza ed onestà intellettuale.
Nato a Lucca, diresse il “Risorgimento liberale” dopo aver collaborato ad “Omnibus”. Ma la sua vera, grande impresa fu “Il Mondo”, pubblicato dal 1949 al 1966.

E’ inutile soffermarsi ancora sulla figura di Pannunzio, già ampiamente ricordata e argutamente e dettagliatamente riproposta da Eugenio Scalfari proprio in questi giorni. Mi preme qui ricordare, lo dico senza retorica e senza spirito campanilistico, i grandi collaboratori campani che ebbe “Il Mondo”. Non mi riferisco, naturalmente a Benedetto Croce che, come ognuno ha ricordato, fu l’ispiratore fondamentale del pensiero di Mario Pannunzio e diede l’impronta culturale al settimanale. Mi riferisco, invece, a Vittorio de Caprariis, Alfredo Parente, Francesco Compagna e a Raffaello Franchini.

Il grande storico, scomparso in età giovanissima, rimane, a mio modo di vedere, uno dei maggiori rappresentanti, non solo dell’Italia democratica e liberale, ma della cultura politica italiana senza ulteriori aggettivi. Dopo la sua morte, Pannunzio volle raccoglierne gli scritti in un volume dal titolo semplice quanto eloquente: Le garanzie della libertà.

Scrive, nella Prefazione, il grande giornalista:

“Vittorio de Caprariis è morto a trentanove anni, nel momento in cui la tensione del suo spirito insoddisfatto aveva raggiunto il punto più alto (…). La morte lo ha sorpreso quando intorno al suo nome, diventato ormai d’esempio, si era formato qualcosa di più di una speranza e di un’attesa. (…)Sarà un amaro compito per gli amici di dover parlare di lui come se fosse ormai un personaggio storico o una figura letteraria già delineata e intera, e non l’uomo puro, libero, appassionato che ha lasciato la sua immagine in un messaggio incompiuto nel quale il nostro tempo inquieto può riconoscersi.”

Francesco Compagna cominciò dal Mondo la sua battaglia meridionalista.

Il direttore scrive a Croce: “Le sono molto grato delle indicazioni che ha voluto darmi sui due allievi dell’Istituto Storico di Napoli. L’articolo di Compagna sul Mezzogiorno mi sembra molto buono, e sarò lieto di pubblicarlo al più presto.” (Carteggio Croce- Pannunzio a cura di Pier Franco Quaglieni e Luisa Cavallo)

Alfredo Parente, più anziano, fu fra i più assidui collaboratori di Croce anche durante il fascismo (ossia quando esserlo era pericoloso!) e fondò e diresse per venti anni la “Rivista di studi crociani” dopo la morte del filosofo. La sua collaborazione risale ai tempi del “Risorgimento liberale”.

Raffaello Franchini collaborò a “Il Mondo” dal 1950 al 1966. I suoi scritti (raccolti da Renata Viti Cavaliere e Clementina Gily Reda nel volume Pensieri sul Mondo) rappresentano oggi un documento vivo e operante dell’aspra polemica che in quegli anni la cultura liberale ingaggiò con vecchi e nuovi totalitarismi, come ha ricordato recentemente Corrado Ocone. Franchini condusse questa lotta sul versante filosofico insieme all’amico Carlo Antoni, triestino, che, con la rubrica “Il tempo e le idee” mise, per così dire in movimento il pensiero crociano nel continuo confronto con l’attualità. Il suo volume, Commento a Croce, rimane uno dei più importanti libri di filosofia del secondo Novecento .

Abbiamo voluto ricordare questi uomini perché il loro pensiero è ancora un pensiero utile e ritorna attuale nella crisi in cui langue la filosofia europea.

Ma anche perché i grandi filosofi, Vico, Hegel, Marx, Croce, possono essere attaccati e vilipesi ma tornano sempre e la storia, prima o poi, li risarcisce mentre troppo spesso, invece, gli intellettuali minori che per difenderli hanno pagato e sofferto vengono dimenticati, come gli uomini, ci ammonisce Bertolt Brecht che costruirono le Piramidi per la gloria dell’Egitto e dei Faraoni.

Ernesto Paolozzi
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