Non vi è alcun dubbio che, nella Chiesa italiana, vi sia un nuovo, importante fermento al cospetto di una crisi tangibile, per certi aspetti veramente profonda.
In molte città, e fra queste Napoli e Milano in prima fila, i cardinali da tempo sono in prima fila nel condurre battaglie di carattere civile, se si vuole, in qualche caso, politico. Se Tettamanzi si prova ad arginare, a Milano, le ventate razziste sollevate dal leghismo che compromettono la civiltà stessa e l’onore di quella grande città, a Napoli Sepe prova a confrontarsi col mondo degli emarginati, questa volta tutti nostrani.

Nella comunità cattolica è aperto ormai un confronto su quella che alcuni definiscono la religione civile, intesa come unica possibilità di salvezza di una Chiesa che, altrimenti, sembra avere esaurito il suo ruolo.
Personalmente, per quello che vale, concordo con chi afferma che non è possibile ridurre la complessità della religiosità e della fede alla sola questione dell’impegno sociale e civile. La Chiesa, svolgendo un ruolo sia pure nobile e fondamentale, di puro impegno politico, quasi volesse supplire alle mancanze della politica e del sindacalismo, finirebbe in poco tempo col confondersi con tante altre istituzioni che svolgono e svolgeranno, per loro statuto e per un’antica tradizione, un ruolo analogo.

In poche parole, la Chiesa non esaurire il suo compito nel porsi al fianco dei più poveri e dei più svantaggiati, dei negletti. Per quanto umana ed importante sia tale funzione.
Essa copre un orizzonte più vasto: quello della fede, innanzitutto, del bisogno, autentico, di rivolgersi alla divinità, di affidarsi al sacro. Copre l’orizzonte esistenziale ed individualissimo strettamente legato alla condizione umana, quello nel quale ci si interroga sul destino profondo di ogni fragile creatura venuta al mondo.
Ma c’è un altro spazio che la Chiesa copre assieme, naturalmente, alla filosofia, alla cultura, alla politica. Quello spazio che definirei etico-politico, che si nutre della fede come dell’impegno civile, che, attraverso l’identificazione dei valori, elabora modi e stili di vita, comportamenti concreti da attuare e promuovere nella vita quotidiana.

E’ in questo luogo, mi sembra di poter dire, che si consuma parte dell’attuale crisi. Per due motivi almeno: uno di carattere generale, l’altro più legato alla contingenza politica. Nel primo caso, si avverte una Chiesa del divieto, del no, della mancanza di pietà e di generosità nei confronti dei peccatori: una Chiesa quasi ossessionata dalle questioni legate al sesso o, più in generale, ai cosiddetti problemi della bioetica. Non è un caso che il cardinal Martini, voce autorevole come poche, abbia riproposto con grande forza la questione del divorzio invocando addirittura un Concilio. Sembra che la Chiesa abbia smarrito quel senso di accoglienza paterna, benevola, umanamente generosa nei confronti del suo popolo, per cui stride l’impegno civile verso poveri e disagiati rispetto l’inappellabile rigorismo mostrato nei confronti degli omosessuali, dei cosiddetti diversi, di chi avrebbe deviato dal retto cammino indicato dai suoi immutabili principii.

Se tale condizione si paragona poi al concreto operare nei confronti della politica quotidiana, la contraddizione si rileva ancora più eclatante. Una Chiesa così rigorosa, come nel caso Englaro o nei confronti dei divorziati, che poi sembra distratta o, quantomeno, divisa di fronte al paganesimo ostentato da una parte della classe politica italiana.
Distinguere fra vita pubblica e vita privata di pubblici cittadini potrebbe essere concesso al laico che non voglia apparire moralista, non all’uomo di Chiesa che si è assunto il compito di giudicare delle questioni morali senza remore reverenziali o, peggio, calcoli politici. All’uomo di Chiesa che non vuol sottrarsi al suo dovere di indicare a tutti ciò che per tutti, nella stessa misura, è il bene.

Si dirà che i laici non possono invocare il principio di laicità dello Stato in alcuni casi e in altri l’intervento della Chiesa, a seconda delle loro convenienze politiche. Per essere chiari: nel caso Englaro deplorare l’ingerenza della Chiesa, nel caso Berlusconi invocarla. E’ una giusta obiezione, da accogliere pienamente perché è la stessa che rispettosamente si deve muovere alle istituzioni religiose.

Un paese sfiduciato e quasi atterrito come il nostro, città come Napoli e Milano ormai snaturate e senza identità, hanno bisogno di politica ma anche di impegno civile e religioso. La religione non è superstizione, non è strumento per regnare nell’ordine, è una dimensione intima e profonda, e anche pubblica perché indica un orizzonte comune: si nutre di generosità e costanza.

Ernesto Paolozzi

da “la Repubblica-Napoli” del 22 giugno 2009-06-22

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